Come sono sotto, senza gambe?
di Lisa Massei

Mi chiedo come sarei sotto. Beh, si, mi chiedo come sono sotto. Passo ore seduta davanti allo specchio gigante nella mia camera da letto, è il solo specchio che mi riprende per intero. Quello del bagno è troppo piccolo, quello in soggiorno ha quella odiosa cornice barocca che non ha niente da spartire con la mia figura moderna.
Oggi, oggi mi chiedo come sarei sotto, sotto la pelle voglio dire, e… senza pelle, come sarei senza pelle? Cibernetica. Elettronica e cibernetica. Si. Non ci può essere niente di umano in un corpo così perfetto, preciso, proporzionato. Sono una tipa tutta da scopare.
Ieri ho compiuto trentasei anni, neanche un regalo. Trentasei anni ma sono ancora vergine. Forse è la mia bellezza che mette paura, è la mia bellezza che non si fa sverginare.
Il dilemma è risolto: è che sono androide. Così si spiega la mia incompatibilità con l'uomo, si spiegano gli attacchi d'ansia che puntualmente si presentano ad ogni tentativo, la nausea, le corse in bagno a vomitare e le mie fughe improvvise. Quando possibile sgattaiolavo giù dalla finestra, altrimenti scappavo dicendo che solo in quel momento mi ero dimenticata di fare una cosa importantissima. Il disgraziato di turno mi guardava, ancora semi nudo, senza avere il tempo di dire una parola, a volte tirando su le spalle, o distogliendo lo sguardo ferito nell'orgoglio. Uno soltanto si mise a ridere dicendomi che me la potevo inventare meglio la scusa. Hai ragione, gli risposi, chiudendo la porta e schizzando giù in strada come rincorsa da non si sa quale belva.
Quindi ho deciso di rinunciare.
Ho capito di essere innamorata di me stessa. Il mio corpo, cristo, mi fa impazzire, ogni fantasia mi riconduce a lui.
Apro l'armadio ed indosso abiti mozzafiato, sfilo davanti al mio fedelissimo specchio e mi eccito nel percorrere le mie curve, mentre le mie mani tremano per l'emozione. Quando si arriva così in alto è difficile accontentarsi di qualcosa di inferiore.
Scendo giù in strada, oscillando le anche, completamente assorta dal profumo della mia pelle. Ci sono uomini pronti a strisciarmi ai piedi.
Coppie di innamorati, negozi formicolanti di gente con il portafogli alla mano, amici che discutono, che si sfottono. Uomini che vorrebbero essere donne, e donne che vorrebbero essere uomini. Lesbiche, gay, bisessuali. Io non esisto qua dentro. Non faccio parte di questo universo di colori. Non ho colore.
L'asfalto sotto ai miei piedi sembra bruciare di piacere.
Attraverso la città di pietra. Mi fermo sotto al campanile di Giotto. Alzo lo sguardo, e lo vedo sfiorare il cielo mentre le nuvole di cotone cercano di toccarlo senza riuscirci. Trentasei anni in un corpo tutto da toccare, ma tutte le mani del mondo non si avvicinano mai abbastanza. Se qualcuno riuscisse a salire gi scalini ripidi dentro di me, arriverebbe sulla mia testa e, piccolo come un verme, vedrebbe l'intera città da lassù, scannato dal vento.
Percorro le venature del marmo, il genio dell'architettura, ma posso toccare solo con gli occhi, non sono capace di desiderare di più, temo che la mia mano passi oltre, come se tutto ciò che mi circonda fosse solo carta velina, sottile, trasparente, colorata, ma fragile, troppo fragile per le mie mani.
Stacco i miei piedi ingialliti, incollati a terra, per riprendere a camminare. I miei tacchi hanno smesso di fare rumore.
Sono il silenzio che cammina, privata dei piedi, devo essermeli lasciati alle spalle, o forse sono semplicemente scalza, mi sono dimenticata di mettere le scarpe.
Se mi tagliassi le gambe? Forse, forse… Sarei ancora più bella, si vedrebbero gli ingranaggi e tutti i fili elettrici penzolare dalle ginocchia.
Non posso far altro che ridere di me e della mia ridicola bellezza.
Attraverso il Pontevecchio, che come ogni volta riesce a farmi viaggiare indietro nel tempo. Non so se siano tutte quelle piccole botteghe vecchie ed umide, o piuttosto la sua gobba che divide un braccio dall'altro, entrambi ancorati alle sponde del fiume. Mi fermo nel mezzo appoggiandomi al parapetto.
La città ha smesso di russare quando ho chiuso gli occhi e mi sono buttata di sotto.