Destinazione sconosciuta
di Lisa Massei



Appena salita sul treno, pensai che dopo circa un'ora sarei arrivata a destinazione, una destinazione che conoscevo, ma che in un certo senso mi rimaneva ignota, pensai che non avrei atteso con tranquillità. Mi ero truccata con cura, come sempre, quando voglio farmi notare, scegliendo sfumature di ombretto fra il rosa scuro ed il bianco perlato che ben si addicevano ai miei occhi quella sera ed un rossetto luminoso color carne che mettesse ben in evidenza le mie labbra ondeggianti, senza essere troppo acceso e volgare…
8 Novembre 2002, venerdì sera.

Appena salita sul treno un fiume di pensieri mi invase, erano invettive, invettive contro l'ottusità della gente che mi circonda, reduce com'ero da una cena di lavoro ai limiti della (mia) umana sopportazione, quella presunzione pseudo idiota dei miei colleghi "so tutto io", che non facevano che recintarmi di luoghi comuni, pronunciandosi solo per dire dove erano andati a bere il caffè il sabato sera precedente, dove avevano conosciuto le peggiori zoccole pornografiche ed elencando, come da anni facevano ad ogni occasione, tutte le sbronze prese in compagnia. Tre ore di cena rivoltante. La prossima volta mi sarei data malata, non ci pioveva, mi dissi, giurandolo a me stessa.
Appena salita sul treno ed appena trovato un seggiolino schifosamente polveroso su cui sedermi, mi misi a pensare a possibili maledizioni cubane, riti wodoo, e simili… Mi ero stampata il mio ultimo sfogo per rileggerlo e correggerlo, o cestinarlo, se necessario. Lo avevo iniziato così, ma ancora dovevo trovarci una fine, se mai avrei avuto voglia di scriverla:
"Vi siete mai chiesti perché molta gente sembra fatta con lo stampo? Tutti formalmente confezionati in involucri di plastica, appena usciti di fabbrica. Tanti involtini primavera con braccia e gambe (la testa è solo un miraggio, lontano, lontano, lontaaaano…). Non si chiedono, non si fanno domande, ma semplicemente si accontentano di ciò che viene offerto. Per creare famiglie infelici ed infelici figli che dovranno inghiottire gli input che verranno loro inseriti. Tutto sintetizzato in un'unica formula: l'ordine, l'equilibrio (precario) di valori indiscutibili. Molti vi si calano, lasciandosi deglutire dal circolo di vizi, ma qualcuno non riesce a subire, rigetta gli organi trapiantati, è fisiologico, non riesce a far vivere nel proprio corpo quei dati immessi, non riesce a seppellire la propria identità. Non è certo così semplice, come leggerlo o scriverlo: essere se stessi vuol dire soprattutto essere rifiutati, additati, emarginati. Per essere si è costretti a calarsi nella solitudine."

Distolsi lo sguardo inquadrando il volto di un uomo che stava dormendo alla mia destra con la testa penzolante, quasi priva di vita, e lo pensai solo, solo nella solitudine. Iniziai a giocare con le parole, apostrofi di pensieri che si sarebbero dileguati nell'aria pesante ed impolverata di quella carrozza…

"Il sipario della solitudine…
Il sipario… Che cala nel suo telo ingombrante… Pesante…"

Stavo forse pensando alla solitudine come a qualcosa di voluto, qualcosa che si lascia cadere, qualcosa che ci separa da un pubblico dopo una commedia che non abbiamo saputo interpretare. Un paragone tutt'altro che originale, pensai, certo, per uno scrittore alle prime armi è difficile essere originale, spesso penso convenga semplicemente scrivere senza pensare… Parole sconnesse e connesse, sono pur sempre parole, in un certo senso… Specie per chi non sarà mai nessuno, chi continuerà a scrivere solo per se stesso e pochi altri. Appiccicai di nuovo gli occhi sul foglio…

"Non sono io a farmi paura, la normalità mi fa paura, una paura fittizia, latente, una paura che non è paura. I così detti normali non si sa cosa nascondano, quali mostri sono abortiti dietro a quei corpi di ceramica? Una semplice diversità è una mostruosa diversità se tenuta inattiva a lungo.
Tre soli fascicoli tenete nei vostri uffici di razza… catalogate il genere umano con semplicità primordiale.
Tre cassetti che scorrono… di metallo… uno sopra all'altro…
Il primo è pieno di nominativi, è traboccante, è il cassetto di quelli come voi, che "vivono". Che fanno tardi il sabato sera che dormono poco perché sono a giro in costante compagnia, che si ubriacano dell'illusione di essere liberi.
Il secondo quando lo si apre cigola appena, è spoglio, ed i cartellini con i nominativi sono pochi e ben spinti sul fondo. Qui stanno le persone che "non vivono", quelle che vivono ai margini, che non si trovano tutti i sabati pomeriggio in centro città a fare acquisti, escono poco, quindi sono sole.
Il terzo cassetto è quello rugginoso, per aprirlo bisogna togliere la scatola che è stata appoggiata lì davanti, è pesante, non si sa cosa contiene, la si sposta, si prova a tirare la maniglia, ed è faticoso, quasi doloroso aprirlo, stride, cigola, grugnisce, resiste alla forza, finché non ci si incaponisce e, per una questione di principio, non si rinuncia a fare forza, solo allora molla la presa e si apre d'un botto: pochi foglietti, scritti di fretta e furia e lanciati in ordine sparso, una gran puzza di muffa… E' il cassetto di quelli "strani". Quelli che, come i secondi, sono soli, ma non è proprio che non vivono… E' che vivono in modo anomalo. Incutono timore."
Rileggendo questa mezza paginetta pensai che non lo avrei spedito a nessuna rivista, chi avrebbe pubblicato uno sfogo di questo tipo? Se qualcuno lo avrebbe fatto, beh, non andava a me, non mi piaceva quando scrivevo così, questi sfiati d'idee, queste storie che non sono storie. Preferisco tingere il mio disprezzo di creatività…
Per il resto del viaggio non feci che guardare il mio riflesso nel finestrino, era già notte, un denso catrame scorreva dietro il vetro. Mi guardavo chiedendomi che cosa avrebbe pensato di me, del mio aspetto fisico… D'altronde è stata una conoscenza casuale la nostra, vidi una sua poesia su una rivista, scrissi una e-mail, una lettera semplicissima, qualcosa di fulmineo del tipo: "ho letto delle tue poesie e la recensione del tuo libro su una rivista, mi piacerebbe poterlo ricevere. Anche io scrivo, se vuoi possiamo scambiarlo con qualcuna delle mie autoproduzioni."
Mi rispose dopo qualche giorno entusiasta, dicendomi che me lo avrebbe spedito, ed io spedii il mio pacchetto con i miei libretti fotocopiati, onde di parole che volevano pretendere di essere poesie, racconti più o meno brevi eccetera eccetera.
Cominciammo a parlarci con franchezza,
i fiumi iniziarono a scorrere,
l'uno affluente dell'altro.
Mi piaceva il modo che aveva di pensare e di vivere, immergendosi nella creatività, fra dipinti, poesie, racconti e fotografie ritoccate al pc, nel ripudio della tv spazzatura. Finalmente qualcuno che non ragionava per preconcetti e mi convinsi da subito che fosse una persona interessante e così, buttai lì la possibilità di vederci per fare conoscenza. Ci scambiammo delle foto per darci appuntamento e poterci riconoscere in modo inequivocabile. Non riuscivo ad avere paura, eccetto che della mia timidezza, alle volte riesco a sembrare veramente molto diversa da quello che in realtà sono. Leggendo i miei racconti uno si fa un'impressione completamente immaginaria, poiché, in fin dei conti i miei racconti sono fantasia, storie inventate, appena sfumate da realtà, neanche io so bene quanto di vero, della mia vita, ci stia nelle mie parole . Magari dò l'idea della tipa tutta triste e malinconica o sempre incazzata col mondo intero, di quella che vuole spaccare tutto e tutti. Invece? Invece i miei occhi sorridono, sorridono perché sono felice, perché la mia vita ed i miei problemi passati presenti e futuri non li cambierei con nessuno, perché sono miei, piccoli figli nel mio ventre, che ho partorito o ben presto metterò alla luce.
Dopo alcune settimane finalmente ci incontrammo. Mi sembrava di vivere un sogno, non era possibile che stesse succedendo a me, c'era qualcosa che doveva andare storto. Il mio unico timore era che mi desse buca. Ma si presentò. Mi aspettava al binario in cui fermava il mio treno. Per tutto il viaggio non feci che pensare a come si sarebbero osservati i nostri occhi. Mi disse che aveva paura dello sguardo della gente, le risposi che il mio ha sempre un innocuo sorriso che lo attraversa. La nostra conoscenza si era limitata a leggere le cose che scriviamo, milioni di sms e qualche telefonata. Diceva "ciò che scrivi è ciò che sei", e forse aveva ragione, in un certo senso... Ugualmente poteva essere un incontro deludente, via e-mail o sms ci si può ben nascondere dai difetti. La mia mano non tremava quando presi la maniglia della porta, l'aprii con decisione e scesi dal treno avvolta nel mio nero cappotto che sfiorava le calze, lasciando appena intravedere le gambe. Camminai trasportata dai piedi. Non avevo paura, ma ero un po' imbarazzata. Avevo sentito il tepore della sua voce solo per telefono. Come erano esattamente le sue labbra? Come era il suo corpo? Ero lì ad un passo dal suo riflesso, stavolta non virtualmente, alzai lo sguardo, mi stava di fronte. Studiai rapidamente il suo corpo. Accidenti, pensai e subito sorrisi, si avvicinò. I suoi occhi, dio mio, i suoi occhi…
Larghi e sognanti, maliziosamente appuntiti, incisi con una precisione scandalosa, mi erano sembrate ali di gabbiano che volavano nella notte, curiose, ispezionavano il mio respiro. Teneva i capelli corti, neri, corvini… era forse un corvo? Mi guardava come se fossi piovuta dal cielo, c'era interesse nelle sue pupille liquide. Ce l'avevo di fronte, ma ancora non riuscivo ad afferrare la realtà. Quando sentii la sua voce, mi svegliai dal mondo dei balocchi e tornai alla vita, piombandoci così violentemente da sentirmi improvvisamente imbarazzata, non sapevo cosa dire mi sentivo nuda di fronte alle sue iridi indagatrici, mentre ci incamminavamo verso l'uscita della stazione. Fortunatamente aveva la delicatezza di cercare di farmi sentire a mio agio, nonostante continuasse a fissarmi in una sorta di contemplazione religiosa. Prendemmo l' autobus, parlammo dei nostri racconti, di riviste, case editrici, aprendo una panoramica sulle reciproche conoscenze.

Nel tragitto a piedi che ci portò a casa sua lasciammo che il silenzio avesse la meglio, ma una volta entrata nella sua stanza riprendemmo nuovamente a parlare di un sacco di cose, mi offrì della crema di whiskey, che sorseggiai appena prima di versarla sbadatamente su di un libro. Ero rigida, chiusa nella mia timidezza, parlavo, questo si, ma ero imbarazzata dalla situazione. Esattamente come dopo una sbronza quando hai parlato troppo di te ad uno sconosciuto e lo incontri di nuovo il giorno dopo da sobrio, sapendo che sa troppo di te, non ricordi nemmeno quanto e cosa di preciso, cristo! Non avevo più nessuna certezza. Mi disse che non ero rilassata, carezzandomi appena le ginocchia, chiedendomi il motivo, era semplice il motivo: il mio carattere. Pensavo fosse normale essere almeno un po' impacciata, pensai fra me. I suoi occhi erano dolcissimi, ma mi era chiaro che non avrebbe fatto mai il primo passo, anche se lo voleva, anche se mi desiderava, aveva paura di farmi paura. Non c'era niente di violento nel suo modo di essere, assolutamente niente. Le sue labbra sottili, su cui mi immortalavo chiedendomi come mi avrebbero baciato, si muovevano lasciando evaporare parole su parole, angoli di luce sulla sua vita.
Poi è stato un attimo. Mi passò davanti, non ricordo per cosa, forse per mettere su un cd, so solo che ho sentito salirmi qualcosa su dallo stomaco, un' emozione forte e violenta che mi ha stordita ubriacandomi, ho creduto che stesse per baciarmi. Da lì ho completamente perso il controllo, per non svenire, smarrita nell'aria, o sprofondare nel pavimento, che si stava aprendo sotto ai miei piedi, mi sono seduta sul letto. Intanto continuava a parlare, ma come in trance, in amnesia, ho completamente rimosso il discorso che stavamo facendo, sapevo che stava parlando, ma non riuscivo più a sentire. E' stato un istante, di magia… Tornando verso di me mentre parlava, parlava, mi ha guardata negli occhi… Aveva letto nella mia espressione, ed io, con ancora addosso quella strana sensazione mi sono avvicinata, morendo sulle sue labbra.

La sentivo. Era il sangue che mi scorreva nelle vene. Calda. Morbida. Non aveva furia nel darsi, nel concedersi, non era frettolosa.
Carezze infinite non risparmiavano la mia pelle.
Non ero mai stata con una donna, ma mi abbandonai completamente a mio agio, abbracciata dall'istinto. La sua femminilità mi faceva delirare, impazzivo sotto e sopra di lei, danzando come un'anguilla, non lasciai che fosse solo lei a guidare, condussi anch'io quella corsa verso il legame che non ci avrebbe più separate. Ero nata così. Adesso ne avevo la certezza.
Abbandonata fra le sue braccia lasciai piroettare i miei occhi impazziti intorno alla stanza, entrai dentro ai suoi quadri, li aveva dipinti lei, con le stesse mani che mi avevano percorso, la raffiguravano contratta dal dolore, la deridevano in una caricatura che enfatizzava le sue caratteristiche, la rendevano un macabro personaggio da fumetto, la squartavano nell'anoressia che aveva realmente vissuto e da cui era uscita con un corpo che si era masturbato bramando la morte. Le esperienze che aveva avuto la rendevano precocemente matura, fragile e decisa allo stesso tempo, una creaturina deliziosa da proteggere e tenere stretta fra le braccia. Non si poteva che amarla, come si poteva farle del male?, mi chiesi. Le sfiorai il seno mentre dormiva, bello, corposo, liscio dai capezzoli larghi e rosei, di una fragilità che toglieva il respiro, la svegliai ricoprendola di baci, ogni minuto era sprecato, la volevo, la desideravo fino alla morte dei sensi.
Mentre io non ero capace di scrivere fatti totalmente reali, o meglio, se lo facevo dovevo cestinarli per non sentirmi totalmente incompresa, perfino da me stessa, lei scriveva della sua esistenza in modo agghiacciante. Non scagliava pietre che contro se stessa, perché non si amava e pensare che io, nella mia superbia, mi amavo anche sin troppo, sarei riuscita mai a farla sentire bella? Non è forse questo che desidera più d'ogni altra cosa una donna: sentirsi incredibilmente bella. E per bellezza non si pongono limiti, neanche alle destinazioni sconosciute.