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Recensioni di libri di scrittori emergenti
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| DIANA (un'avventura
estiva) un romanzo di Marco Poggi Edizioni Le Mondine 2003 © Prefazione di MARINA RIPA DI MEANA ISBN 88-900928-1-5 pagine 148 euro 12,00 SITO AUTORE WWW.MARCOPOGGI.NET |
Un romanzo dedicato all'incomparabile attrice "Margherita Buy"
L'INCIPIT DEL ROMANZO:
Sono nato
ventidue anni fa in un paese in provincia di Bologna. Abito in
una casa di campagna con mia madre e mio padre. A trenta
chilometri allora si può superare la mia tenuta in un
minuto, sulla strada provinciale 5 che procede diritta verso Sud,
per confluire in una statale che porta in provincia di Ravenna.
Nella pianura in cui vivo non ci sono mai novità, a parte i
morti sulle strade. E un angolo della terra nebbioso e
monotono, che non conosce cambiamenti né risvegli.
E una distesa di fango e di colture estive, di frutta e di
vino, di risaie e di oasi per gli uccelli, da cui il nome di
Pianura degli uccelli. Siamo nel Nord dellEmilia
Romagna, piazzati esattamente al centro tra le province di
Bologna, Ferrara e Ravenna. Sono le zone che hanno ispirato
Fellini, Sordi, Gassman e Mastroianni, ma mai i sognatori dellAmerica.
Io vivo qui.
Tra lignoranza e lincapacità di reagire alle
convenzioni.
E difficile capirmi, dire chi sono, figlio dellagricoltura,
di contadini, della campagna, che odia il deserto, che ha
nostalgia della città, che sputa la carne rossa delle bistecche
occidentali, innamorato dei cani, determinato come non si è mai
visto. Con una voglia smisurata di leggere, di scrivere, di
creare, di vedere, dimmaginare la vita senza regole,
insolente, presuntuoso, maleducato.
Lodore della pianura è lammazzare i maiali, la
caccia, il rumore dei trattori, la puzza del fritto misto, dello
gnocco fritto, dei tortellini, delle lasagne, è lodore
nauseante dei lavori estivi, dello sbocciare dei fiori, delle
allergie
terre lontane, distanti dal mondo, dalla vita,
dalla città.
Vivo qui.
Mi capita spesso di fermarmi su qualche ponte e di guardare i
fiumi che passano da quelle parti, tra cui il Reno. Qui i
pescatori, gli agricoltori e la gente di campagna, mi parlano e
mi dicono che fiumi così belli, in tutta la mia vita non ne vedrò
mai altri. Non ci credo. Sono fiumi che si intersecano, sincurvano,
sincanalano con altri fiumi, hanno diversi bracci che
scendono tutti verso il Po; sono fiumi che scorrono veloci e si
riversano in mare come se la terra si inclinasse. Di giorno, con
il sole e senza foschia, allorizzonte verso Sud si possono
vedere gli Appennini. Poi, abbracciato tutto il panorama dal
ponte sul fiume Reno, la terra è sempre ostinatamente piana ed
il cielo è sempre immancabilmente a cupola; quando ero piccolo e
facevo le elementari, la mia maestra P. M. parlava di Colombo e,
nonostante quello che lei sosteneva, pensavo che forse gli
antichi detti non avevano tutti i torti. I mappamondi e le carte
geografiche non avevano il potere di convincermi del tutto che il
paese dove abito non fosse il centro del mondo, ma il passare
degli anni e larricchirsi progressivo del mio intelletto mi
facevano capire che niente era piatto e soprattutto che non
abitavo al polo. Soltanto limpressione era ancora piatta.
Ho vissuto bene in quel paese, la maggior parte del tempo con un
cane davvero speciale. Non avevo grandi amici e quelli che avevo
si potevano considerare dei veri imbecilli. Ovunque andassi
portavo anche lui, Pepe. Il mio migliore amico a
quattro zampe. Giravano gruppi di ragazzi che solitamente si
facevano notare con strane forme di esibizionismo, per essere i
più grandi, dando addosso con le parole ai più
asociali, ai più solitari, come me. Quei ragazzi ormai sono
cresciuti e ognuno di loro è stato colpito dal destino: a
qualcuno è morto il padre, a qualcuno la sorella, in spaventosi
incidenti, cè chi ha problemi respiratori e chi ha avuto
disastri familiari, chi è tossicodipendente o spaccia dalle
parti della Stazione Centrale di Bologna. Diversamente da me, che
sono cresciuto educato e viziato, senza che mi mancasse mai nulla.
Intrapresi varie scuole, ma non lUniversità, perché
volevo raggiungere un successo particolare, senza testi
scolastici. Tra un anno e laltro pubblicai due libri, ma il
successo, di me, non ne voleva sapere. Durante queste mie uscite
letterarie, persi la creatura più cara che avevo al mondo. Una
mattina di Marzo il mio cane fu investito da unautomobile.
Non morì sul colpo. Non seppi mai chi lo uccise, perché nessuno
si fermò. Con la sua morte capii che avevo perso un grande
amico, capii dellesistenza dellamore tra un uomo e un
cane, che con il suo modo di scodinzolare e di leccarmi mi
ricordava che il mondo dei sentimenti non appartiene soltanto a
noi umani. Il suo unico sogno era di farmi sentire, che lui mi
voleva bene e che non mi avrebbe mai tradito, ma la cosa più
triste, e che non riesco a cancellare dalla mia testa, è il
giorno dellincidente. Lavoravo quando me lo venne a dire un
vicino. Non piansi. Non riuscivo a piangere e la cosa più grave
era che nessuno si fermò e lo lasciarono morire di stenti sullasfalto,
solo. Nella sua agonia spero tanto che non abbia pensato che lavevo
abbandonato. Mi sento in colpa per non essere stato al suo
fianco, mi sento in colpa per non essere stato vicino a lui a
soccorrerlo e ad aiutarlo. Aiutare lunica creatura al mondo
che non mi aveva mai tradito. Forse Freud si sbagliò quando parlò
di processo di rimozione, perché non è così e forse non aveva
mai avuto un cane. Io non mi dimenticherò mai del mio amico a
quattro zampe, della sua compagnia. Vorrei tanto tenere viva la
speranza che un giorno possa ricominciare unaltra storia damore
senza fine: quella tra me e un altro cane
anche se so di
certo che nessuno potrà mai sostituirlo.
Ogni accaduto era motivo dinvecchiamento per me, infatti
presto fu tardi nella mia vita e la fucina in cui abito non mi ha
mai permesso di rallentare la corsa.
Avevo terminato gli studi da parecchio tempo e il lusso di poter
vivere a spese altrui non mi era concesso e così qualcuno con
molta fretta decise che era arrivato anche per me il momento di
lavorare.
In famiglia raccontai a mia madre del desiderio di scrivere. Lo
ripetei più volte, ma lei non mi ascoltò, non mi credette.
Scambiò il desiderio di scrivere con lozio. Continuai a
ripetere che volevo scrivere, lo ripetei più volte, ma lei
pietrificata, muta e lontana, non mi porgeva nessuna domanda.
Quindi glielo ridissi cento, mille volte. Infine esasperata mi
chiese:
Che cosa vuoi scrivere? Quei libri osceni, usciti in
sordina e ormai dimenticati?
Quei libri non piaceranno a te e poi mi piacerebbe
diventare giornalista o uno scrittore di libri, di romanzi...
Sembrò seccata dallargomento. Infine mi liquidò dicendomi
che era unidea assurda e che, se volevo, potevo farlo in un
secondo momento e comunque non la riguardava.
Fece limpossibile per convincere mio padre a domandare ad
un amico imprenditore se nella sua fabbrica di scarpe vi era
posto per me. Un paio di giorni dopo il loro colloquio diventai
un operaio a tutti gli effetti. Non avrei mai immaginato di dover
andare a lavorare in una fabbrica e non scorderò mai il volto
che avevo quando vi entrai per la prima volta. Non che mi
vergognassi o che non portassi rispetto per quella mansione ma
non era lo scopo della mia vita. Il mio viso era tramutato in unimmagine
che ancora vedo, fasciata di silenzio e di meraviglia. Unimmagine
di meraviglia perché non avevo mai pensato di arrivare a
condizioni di vita simili a quelle. Quel lavoro non mi permetteva
dimbastire su di me speranze brillanti. Lavoravo in
silenzio e pensavo ai miei libri usciti, al successo che mi sarei
aspettato di avere se solo avessi avuto i mezzi giusti per
inseguirlo, ai lettori che attendevano altri miei libri e a me,
che non riuscivo a trovare un argomento importante, un argomento
che potesse diventare un altro libro. Avevo in mente soltanto il
tempo che perdevo in quelle giornate vuote, che dedicavo a quella
fabbrica. Ricordo ogni giorno di quellesperienza e ricordo
ogni segno dinvecchiamento che si aggiungeva sul mio viso.
Lo sguardo più triste, la bocca più tirata, e fenditure sempre
più profonde sulla fronte. Assistivo a quel decadimento con
rabbia. Dovevo riprendere il controllo della mia vita e dopo
cento giorni di lavoro da operaio, mi licenziai e uscii da quella
fabbrica in una torrida mattina di fine Luglio.
Tornai a casa e mi trovai davanti alla porta, quando cominciai a
sentire della grida a voce alta
Pronto
Pronto
Pronto
insomma
Pronto
Aprii la porta di casa e vidi mia madre con bigodini e vestaglia,
con la cornetta del telefono appiccicata allorecchio, che
cercava di acquistare alcune cianfrusaglie prendipolvere, in una
televendita televisiva.
Ancora 98, 85, 74
pentole reclamava la voce
della presentatrice, fiera di mostrare prodotti vincenti.
La vedevo preoccupata di perdere loccasione di acquistare
quella bruttissima pentola antiaderente, quando mi guardò e mi
chiese cosa mi era successo:
Perché sei tornato a casa?
Mamma mi sono licenziato, voglio fare un altro lavoro, più
importante
Cominciò a gridare a voce alta ed io cercai di placare il mio
odio nei confronti di quegli strilli, inutili. Poi cominciò
tragicamente a parlare. Era di una gentilezza squisita e,
parlandomi a voce alta, incurante della sua crudeltà e delle
ferite che mi avrebbe aperto per sempre e che non sarei più
riuscito a rimarginare, mi disse che ero un fallito e non sarei
mai arrivato dove speravo di arrivare. Perché mi diceva questo?
Ma
la devi finire di sognare ad occhi aperti! Cercati
un lavoro serio e non credere di diventare uno stupido scrittore
e Calloggero che ti ha chiesto di andare da lui a lavorare come
tornitore
e Luigi che ti ha chiesto di andare a lavorare
come fattore nel suo podere
e non ti piacerebbe lavorare la
terra?
Mamma
per favore
Perché hai lasciato quel lavoro, perché te ne sei andato,
dopo tutto ti manteneva! Insomma cerca di reagire, torna
indietro, scusati e fai qualcosa almeno una volta nella vita!
Guardai la televisione e rivolgendomi a mia madre, fiero le dissi:
Tutte finite, mamma!
Ero stanco di affrontare discussioni sterili e la mia faccia
mostrava seriamente lo stress che accumulavo giorno dopo giorno.
Quando lavoravo approffittavo di ogni momento libero per
scrivere, leggevo di soppiatto e rifiutavo ogni contatto sociale
con gli amici. Preferivo scrivere, esplorare il mondo della
fantasia, piuttosto che mescolarmi alle orde di persone che
riempivano locali notturni, parlando di scempiaggini, tra uno
sbadiglio e laltro, in caffè noiosi, bui e fumosi, con
gente di ogni ceto sociale, dai più poveri ai più ricchi, dai
più sensibili, ai più insensibili, trovandomi a volte a
confrontarmi con donne malate, esibizioniste, che mostravano la
propria pelliccia di cuccioli di foca, mentre tutto il mondo era
invaso dalle foto del loro massacro.
Quel mio isolamento erano periodi di assoluta apatia. Mi
rasserenavo soltanto allidea che avevo tutto sommato una
macchina per scrivere e un posto dove poterlo fare e tutto ciò
era il massimo che potessi desiderare al mondo.
Quel pomeriggio cercai di riposare. Dormii fino allora di
cena, quando mi svegliò una telefonata. Era Manuele, un amico di
vecchia data, che mi chiese se volevo andare con lui in vacanza
dai suoi parenti in Sicilia. Che strana idea. Tutto sommato
pensavo che sarebbe stata una vacanza tranquilla, serena, e non vera
alcun motivo per rifiutare. Non ci pensai più di un paio di
giorni. In seguito, con una telefonata dopo cena, accettai la
proposta. La voce di Manuele era impassibile, monotono; non un
gesto di gioia, nè uno di preoccupazione. Mi conosceva bene e
forse questo gli bastava per capire che ero un ragazzo taciturno,
che viveva alle spalle del baccano. Non davo fastidio, ero
soltanto una presenza, una felice compagnia, un ragazzo che con
la sua voce sicura portava chi lo ascoltava al rilassamento
mentale.
Il 3 Agosto mi alzai allalba e mi feci accompagnare da
mamma e papà in città, dal mio amico, percorrendo interminabili
e desolati chilometri di pianura, tra una fitta nebbia. Compatta,
impenetrabile, come una specie di muraglia cinese bianchissima e
invalicabile, da stroncare il fiato.
In macchina nessuno mi parlò, non mi avevano ancora chiesto
quanti giorni stavo lontano da loro; erano seccati dalla mia
partenza, dal mio disinteresse per il lavoro, dal mio
futuro. A destinazione ruppi la loro inquietudine.
Finalmente me ne vado in vacanza
ci vediamo fra un
mese.
Un mese
ma sei matto? Devi tornare a casa
cercarti un lavoro
Dio mio
con questo lavoro! Ci penserò quando ritorno
Comunque, bugiardo, aggiunsi:
Sto in Sicilia una decina di giorni, non preoccupatevi!
Si tranquillizzarono e terminati saluti, lacrimucce, baci e baci,
tanti baci, tante apprensioni, alle nove del mattino partimmo da
Bologna.
Dovevamo percorrere più di mille e trecentocinquanta chilometri
per arrivare a casa della nonna Assuntina, che era di fianco a
quella del figlio, in altre parole il padre del mio amico
Manuele, che era vuota e che dovevamo occupare. L'Autostrada del
Sole era trafficata, a un punto tale che dovevamo tenere gli
occhi sbarrati per la paurosità dell'esodo di Agosto. Erano a
milioni i cubi di latta che si muovevano ritmicamente per le
autostrade d'Italia. Io non guidavo e non potevo riposare. perchè
la sua guida non era rilassante, anzi, era a dir poco
ipersportiva, e c'era da stare poco tranquilli. Non mi fidavo e
questo si capiva benissimo, ma negavo l'evidenza, per non
ostacolare la felicità delle tanto agognate ferie estive. Ogni
quarto d'ora dovevo versare acqua fresca, caffè, o scartare
panini. Cercavo a tutti i costi di tenerlo attento e non
distrarlo. Ma non era soltanto un desiderio egoistico
d'attenzione, vi era anche un rapporto di reciproca stima e
amicizia. Ci volevamo bene. Eravamo due semplici amici che
avevano progettato un viaggio insieme, anche se qualche volta
discutevamo come una vecchia coppia di comiugi.
Nei pressi di Napoli ci fermammo per riposarci un po', in una
piazzola di sosta. Lui aveva bisogno di scaricarsi.
Io no.
Rimasi in macchina a guardare la cartina geografica e a capire
quante pagine dovevamo percorrere e sfogliare ancora. Non eravamo
nemmeno a metà strada.
Dal mio lato si affiancò un furgone con targa cancellata, erano
quattro uomini di carnagione scura. Forse erano extracomunitari,
o forse meridionali. Si guardavano intorno poi iniziarono a
studiare me e la macchina stipata di valigie. Sapevo che la zona
non era tranquilla, ma non pensavo che potesse succederci
qualcosa; seguivo ogni loro mossa [...]
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