Citando la seconda
di copertina: “Questo libro è una confessione personale, è un monologo
anche interiore, un racconto che si dipana nei meandri della propria
contorta mente e cerca di catturare anche frammenti di quella altrui.”
Parole che sono un ottimo modo per riassumere questo esperimento del
giovane autore (letterariamente parlando) Roberto Estavio, che vive e
lavora a Padova, come insegnante di sostegno e che si è già fatto
conoscere per alcuni lavori di genere horror (si veda, per esempio, l’ebook
“Riflessi Macabri”, in collaborazione con Latelanera.com).
Il libro, pubblicato per la collana “I bizzarri”, non presenta elementi
“orrorifici”, ma tiene fede alla sua etichetta e si presenta come una
vera e propria “SpErimenTazIone letTeraria”. Ponendosi in una terra
ibrida tra il diario personale e un continuo flusso di coscienza
dell’autore, appare come una serie di pensieri confusi e, a tratti,
“naif”, costruiti attorno a una trama quasi assente e a personaggi
quantomeno singolari.
Inutile, quindi, che il lettore si aspetti un libro da leggere facendosi
rapire da un intreccio avvincente o da una trama ben congegnata.
Altrettanto inutile aspettarsi una costruzione narrativa poetica o
ricercata.
L’esperimento di Estavio si compone di un coacervo di frasi ed
espressioni che hanno l’intento primario di rappresentare il pensiero,
sia di chi sta narrando, sia di chi sta leggendo. La narrazione si
sviluppa attraverso una prima persona ricca di corsivi, grassetti, cambi
di font, segni di interpunzione e maiuscole usate in modo non
convenzionale. Una prima persona che, come si specifica all’inizio del
lavoro, non è quella dell’autore, ma quella di un ragazzo trentenne
incontrato in un bar di Padova e con il quale l’autore stesso ha
intrattenuto “chiacchiere” per circa un anno; chiacchiere che poi sono
diventate le righe di questi pensieri.
Un esperimento coraggioso, dunque, che non può essere valutato come si
potrebbe fare per un romanzo. Attraverso l’originale struttura
narrativa, infatti, Estavio parla di solitudine, di indifferenza, di
superficialità, di distacco, dei problemi legati al “diventare grandi”.
Un amico che ci prova con tutte, una madre con una malattia degenerativa
da assistere, una fidanzata “storica” e onnipresente, un lavoro
insoddisfacente, l’abuso di alcool e i ripetuti tentativi di entrare in
contatto con la società sono solo alcuni dei temi affrontati.
Ovviamente non sempre la lettura scorre, non sempre è facile far
scivolare l’occhio sulle righe. Parecchie frasi sfuggono senza lasciare
traccia, quasi a far da contenitore, da liquido nel quale i concetti
espressi in precedenza nuotano e, a volte, si perdono. Lettura, quindi,
che non sempre è gradevole o fluida, e spesso lascia il lettore
perplesso, in particolare nella prima parte del libro, quando ancora non
si è riusciti ad entrare nel mondo interiore costruito da Estavio.
Un plauso, in ogni caso, al titolo, che nel suo gioco di parole ben
raccoglie l’idea portante di questo piccolo, coraggioso esperimento.
Un appunto sulla traduzione del dialetto utilizzato: posta alla fine,
nello stesso font utilizzato per il libro, viene “scoperta” solo a libro
finito, quando ormai il lettore si è già fatto una traduzione propria.
Un ultimo avvertimento per il lettore che ama leggere senza voler
riflettere, facendosi travolgere dai fatti e dall’azione: questo libro
non fa per lui. Per chi, invece, ama le atmosfere intimiste e la
riflessione, questo libro è un buon esempio, non banale, per esprimere
il pensiero.