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Recensioni di libri di scrittori emergenti

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RADICI DI SABBIA di Federica Leva

Andante, allegretto, largo, Animato con fuoco

pp. 162, coll. "I racconti della musica" 5 - Zecchini Editore, Varese 2002, € 12,91
ISBN 88-87203-17-2

Un racconto che dura una notte, dal sorgere della luna al fiorire dell’alba. E sulla spiaggia, seduto ad un pianoforte bianco, un geniale pianista suona, ripercorrendo sui tasti lo spartito invisibile della propria vita. Una vita scandita dal ritmo d’una contrastante, sanguigna suite, dove riecheggiano le opere tormentate di Beethoven e i notturni melanconici di Chopin. Una vita sorta su radici friabili, di sabbia, per divenire sempre più solida e tenace. È giovane, ma ha conosciuto la Morte e l’Amore. E su tutto, ha vinto con la Musica… La sua Musica, una “voce divina” che soltanto lui può inventare e suonare, un’essenza che alita in ogni pagina e domina su ogni gesto, ogni parola. Giunto in America dopo la morte dei genitori, il danese Patrick Welz riprende a comporre, inventando metodi rivoluzionari che ne rivelano l’immenso talento.

E mentre percorre il suo cammino musicale, una forza misteriosa irrompe nella sua vita – una donna, la musica stessa, la follia? –, costringendolo a penetrare in segreti dal sapore occulto, dove un’onda del mare può incarnarsi in una vecchia e sogni tormentati possono divenire un presagio di morte. Cosa si nasconde, dietro a visioni ora ineffabili, ora terribili? Dove lo condurrà l’amica inquieta, simile ad una belva in caccia, capace di leggere il nome degli uomini nelle loro mani? Cosa si cela dietro il suo tormento? E quella musica meravigliosa e diabolica che gli pervade i sogni… a quale tempestoso ingegno l’ha rubata?

Sito internet autrice http://www.classicaonline.com/fleva/

LEGGI IL PRIMO CAPITOLO

I
Nell'oscurità, il silenzio era infranto dal rincorrersi dello sciabordio della risacca. Poche lucciole - le stelle - sfocavano gli strappi nuvolosi della notte, ma l'orizzonte era screziato dai palpiti azzurrini della luna, un occhio che levitava, maculato d'argento, sopra la cresta sfrangiata d’un promontorio lontano. La notte brulicava di luccichii, il silenzio era increspato dai pensieri. Patrick discese la scalinata che portava alla spiaggia, e s'accostò al pianoforte affondato nella rena; nella lunga coda bianca si rispecchiavano gli ammiccamenti opalini del mare. Accese le candele infisse nei candelieri, e gli intagli del leggio danzarono mimando uno spartito immaginario, percorso dai campi coltivati del fraseggio, pianure e colline, e fiumi in piena ricolmi della spuma delle note. Una fiammella più bassa delle altre si contorse su se stessa e morì. Ma Patrick non le badò. Chiuse gli occhi e respirò il mare. Lei era là, la sentiva - sottopelle, nel cuore -, sentiva il suo nome stregare la notte, penetrare nella sua essenza e nel sussurro delle onde. Non s’erano dati nessun convegno, eppure era certo che l'avrebbe trovata ad aspettarlo vicino agli scogli, indefinibile e sfuggente come un grappolo di stelle. E come la prima volta che l'aveva incontrato, lei gli avrebbe chiesto, con voce che sembrava l’eco del mare: «Perché hai trascinato fin qui quel pianoforte, se non hai il coraggio di suonarlo?» Sospirò ed aprì il pugno. Un pugnale barbagliò alla luna, ma la lama era incrostata di sangue, e la notte le si serrò attorno, e per un attimo il mare divenne una palude, le mani di Patrick si riempirono di sangue, la bocca s’aprì in un urlo disperato... Quanto aveva corso nella notte cieca, trascinato dalla musica tenebrosa e sublime che tanto a lungo aveva riecheggiato nei suoi sogni? Si guardò le mani, pallide al chiarore delle stelle. Il palmo della sinistra era sfregiato da una cicatrice rosea e sottile, che talvolta, con il cambiar del tempo, gli faceva male. La sfiorò e risalì alle dita, slanciate e nervose, capaci di volteggiare sui tasti strappando al pianoforte stupefacenti gemiti di piacere, e tuttavia brutali e pericolose... Le mani di un assassino.

«Quanto devi averle odiate, Jessica!», mormorò. «Non sapevo leggere nei tuoi silenzi, ma amavi la mia musica, e altro non mi è rimasto, ormai...».

Per un momento, il drappeggio del mare sciolse le sue crespe e s’acquietò, in curiosa attesa. Con un sospiro, Patrick sedette al pianoforte ed accarezzò i tasti con tocco leggero ma sicuro, gettando al mare qualche appunto senza armonia. Poi rincorse una nota solitaria, la legò ad una gemella più gioiosa, e vecchi ricordi gli riaffiorarono alla mente, sbocciarono come fiori nella notte; e lui improvvisò, una voce divina nel canto soffuso del mare, e la notte ascoltò le memorie di quel giovane che, seduto al pianoforte aperto sulla spiaggia, nel tremulo occhieggiare delle candele, ripercorreva lo spartito invisibile della propria vita per donarlo al vento e all’oblio.

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