Le poesie di
Roberto Morpurgo sembrano insinuarsi nel silenzio, i versi centellinano
le parole con una leggerezza che ne sottolinea il peso semantico. Ogni
testo è un tintinnìo che percorre la pagina senza graffiarla eppure
impregnando l’aria di una sonorità precisa, un poco acuta, sviluppata in
melodie che contengono un inizio e una fine. Va infatti sottolineato
come l’autore non metta su carta frammenti o spruzzi di colore, ma
sappia piuttosto sviluppare un’idea compiuta – o un’immagine non vaga –
in testi che seppur brevi sono completi. Sono testi, anzi, che spesso
filtrano in altri testi, pur mantenendo la loro finitezza e completezza,
conferendo alla raccolta un’unità preziosa e sempre indice di un lavorio
poetico sincero ed efficace.
Siamo allora in presenza, se vogliamo proseguire nel campo fruttuoso
delle metafore visive, dell’immagine di un caleidoscopio: un’immagine
complessa e mobile costruita con altre immagini altrettanto complete.
E ancora, sempre visivamente, sono da sottolineare i veloci cambiamenti
di prospettiva, micro e macroscopica, che suggeriscono un nesso di
causalità, fin dalla Dedica iniziale nella quale le gocce che stillano
dalla mano sembrano aver generato (la teoria delle catastrofi?) un
uragano. Il tutto, si badi, chiosato dal movimento incessante della
natura, i cui tempi lunghissimi permettono di fare la media e ridurre
gocce ed uragano ad un calmo e sempre uguale movimento di risacca,
costruzione ed erosione.
La mano dell’uomo, per finire, non si nasconde dietro la schiena della
natura, eppure l’autore la vede tutto sommato organica ad essa, sia
quando essa opera su ciò che l’occhio vede sintetizzando e
riorganizzando (nei momenti ludici come Elegia per Roma e soprattutto
negli snodi minimi), sia quando essa appare come ipotesi e metafora
fattuale come nel «sole che abbuia / la cruna // e per nuvole insonni»
supponendo e quasi postulando la ma-no dell’uomo che fa (poiein) «streccia
/ in collane».
Abbozzata una lettura complessiva, ci si lasci poi trasportare dalle
minuzie, soprattutto dall’uso intelligente, efficace e non di rado
arguto di termini a volte inusuali, a volte lambenti la sinestesia, a
volte tenuti in bilico tra verbo, sostantivo e aggettivo («l’anice
amaradolce / acquamarina l’anima»). Così, mentre «la sera / fra questi
nidi / spigola un temporale», «l’erma […] infatua / la sera» ma la luce
«ulcera / i cieli»; il paesaggio si fa ideale nei versi, ma il tono
resta affezionato a sensazioni abbarbicate alla pelle.
Sandro Montalto