INCIPIT
«È una kippot,
non devi toccarla!»
Un cadavere tra le nevi:
è il drammatico inizio
de La polvere eterna
di Giovanni Nebuloni
by Giuseppe Licandro
Una coppia, composta da un giornalista italiano e dalla sua compagna
rumena in vacanza in Svizzera, scopre accidentalmente il corpo senza
vita di un uomo col torace squarciato da una roccia: si tratta di un
ebreo di nome Saul Veil, al quale la donna sottrae ciò che sembra una
comune scheda telefonica... Ecco l’incipit de La polvere eterna di
Giovanni Nebuloni (collana La scacchiera di Babele delle Edizioni di
LucidaMente, pp. 226, € 16,00), che vi proponiamo come “assaggio”.
Il romanzo, nel suo seguito, combina avventura, fantapolitica,
esoterismo, spy story, in una miscela affascinante e chiaroscurale,
composta da fulminei colpi di scena e da sorprendenti stratificazioni
narrative all’interno delle quali si collocano ambienti tentacolari e si
muovono personaggi sfuggenti.
«Fa’ presto, corri!».
L’urlo aveva rotto il silenzio e l’eco si perdeva oltre l’aliante che
planava sulle cime del Bernina. L’uomo lo scorse prima di volgere lo
sguardo alla moglie.
Correre? La pendenza del sentiero impervio era almeno del quindici per
cento e dopo un’ora di marcia non aveva la forza e la voglia di correre.
Contro il pendio che si curvava dapprima ampio e maestoso e che
all’improvviso si ergeva in verticale e come schiacciato sotto il pizzo,
la piccola figura di Diana era sola e immobile. Non era da lei gridare
al lupo senza motivo, ma che rischi potevano esserci a non più di tre
chilometri dal rifugio?
Diana chiuse gli occhi. Le mancava l’aria e cercò di respirare
profondamente, ricordando di avere un grembo liscio e armonioso,
perfetto se non fosse stato una porta sul vuoto. Non avevano ancora un
figlio e non erano sterili, non avevano difetti. Tuttavia qualcosa non
funzionava. Non era ancora incinta e desiderava avere un bimbo come il
pane e l’aria. Ecco che arrivava, l’aria, pungente e morbida. Si era
levato un vento secco che portava un odore acido e di miele, zuppa,
ciorbă andata a male.
«Cefas!».
Il “suo nome” la fece trasalire. Vide che il marito era a qualche metro
da lei e che ansimava. Non conosceva le ragioni che impedivano la venuta
di una nuova vita e cos’era l’odore che svaniva, ovviamente in “Cefas”
però si riconosceva. Era l’ultimo soprannome che le aveva affibbiato e
derivava dall’intercalare nella lingua natale, quando diceva “Cè fas
fa”, che, scritto “Ce faci fă”, significava “come stai”.
Come stava l’uomo nel crepaccio?
«Guarda». Giorgio le si accostò e le strinse un poco un braccio. Nella
fenditura della montagna, sulla neve e tra le rocce marroni e grigie,
c’era il corpo di un uomo con la schiena verso il cielo. «Non si vede
sangue».
«Ce n’è sicuramente in quantità» disse Giorgio. «La roccia di mezzo
metro su cui è finito gli ha squarciato il torace. La punta del cuneo
l’ha passato da parte a parte e gli è uscita dalla schiena, sollevando
la giacca per qualche centimetro. Ecco perché non si vede».
«Avrà sofferto molto?».
«È morto all’istante. O meglio, immediatamente dopo l’impatto con la
roccia appuntita perché è caduto da lassù». Giorgio indicò uno sperone
di granito cinque metri sopra loro e venti sopra il cadavere. «Doveva
essere ancora vivo quando ha picchiato su quel masso sporgente. Vedi la
neve spazzata in quel punto? Quindi è precipitato sulla roccia».
«Non è uno dei modi migliori per andarsene».
«Dobbiamo chiamare il soccorso alpino, o la polizia».
«Stai pensando a un omicidio?».
«Perché?».
«Tu conosci gli omicidi meglio di me» considerò Diana. «Potresti anzi
prendere appunti o dettare un articolo».
«Non voglio rubare il mestiere a nessuno e questo non può interessare il
giornale. Inoltre, mi occupo di vicende milanesi o provinciali, cronaca
spicciola e propriamente non omicidi, anche se strada facendo non ho
potuto evitarne».
«Vado a vedere» informò Diana, liberandosi della mano del marito, che
esclamò: «Fermati!». Ma Diana non l’udì neppure. Scivolò rapidamente nel
crepaccio scosceso e, a un metro dal cadavere, protendendosi e
piegandosi con la testa, senza avanzare oltre con i piedi, osservò che
la bandiera al vento era sostenuta soltanto dall’ariete di pietra che
come una trivella gli aveva scavato il tronco, dracula goloso,
succhiandogli la vita. Quello che era stato un uomo era piegato ad arco
su se stesso e sembrava ondeggiare, gli arti penzoloni. Aveva la barba
ed era bianca come i capelli. Sulla bocca c’era un dito di schiuma
gialla e rossa e sulla fronte una tumefazione bluastra. Una grossa
goccia di sangue scuro e denso stava per cadere dal naso adunco e largo
alla base. Le orecchie erano molto allungate. Gli occhi erano sbarrati
ed era come se le iridi fossero scomparse: erano completamente bianchi.
Sulla terra, sulle rocce, anche su un ciuffo d’erba secca, c’era un mare
di sangue fresco. Senza volgersi, continuando a guardare, fece un passo
indietro. Sentendo che il marito le era giunto accanto: «Cos’è quella
cosa rotonda?» domandò.
«Una kippot». Sul terreno, a un metro dalla testa del cadavere. «Il
copricapo che usano gli ebrei, con significato religioso. Ha decorazioni
sul perimetro, blu al centro e lavorata in oro, forse oro vero. Non
toccarla. Non toccare niente».
(da La polvere eterna di Giovanni Nebuloni, Edizioni di LucidaMente)
L’immagine: La polvere eterna, elaborazione grafica di Matteo Scanavini.
Giuseppe Licandro
(LucidaMente, anno II, n. 4 EXTRA, supplemento al n. 14, 14 febbraio
2007)