Racconti di Fulvio Ermete Adile

 

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…Un’infinita distesa di bianco…

 

…solo un albero, rinsecchito e spigoloso, macchiava di nero quello sfondo albino, protendendo le sue braccia agonizzanti e contorte in un muto grido contro il cielo. Bianca la terra coi suoi invisibili abitanti, e bianco il cielo sgombro e privo di vita, entrambi fusi assieme in un orizzonte altrettanto pallido, senza che si potesse distinguere dove finisse l’uno e dove cominciasse l’altro. Bianco e gelato: come il tempo, che non passava mai…

 

…quando dei puntolini neri, timidi e lenti, cominciarono a rigare quella distesa uniforme; uno, due, quattro, e poi a mucchi, e dopo un pò un’intera linea scura tagliava di netto quel biancore, scorrendo lenta e dolorosa attraverso la morbida piega delle valli cotonate. Centinaia di puntolini stanchi ed emaciati, rosi dall’usura di una marcia interminabile e da quel vento gelido che infuriava fuori e dentro di loro, a malapena riscaldati da un cuore che pompava non più speranza ma solo sangue. Guarda le loro mani, immobili serrate sul legno di un fucile scarico; guarda le loro espressioni, un ammasso amorfo di pidocchi, peli e cicatrici; e se potessi guardare i loro piedi, neri ed incagnati con le loro dita caduche. Lui era fortunato, aveva i valenki ai piedi, e questo gli dava una possibilità in più di tirare avanti. Non ricordava come li aveva trovati: ricordava solo una luce improvvisa, delle urla, dei pianti disperati ed una tempesta furiosa di braccia e gambe a perdifiato fuori dall’isba. Così poteva camminare bene. Accanto a lui ne era caduto un altro: rigido e sonnolento, come un motore ingrippato. Il suo gemito era un debole pigolio di dolore; eppure lo sentiva perfettamente, oltre la tormenta ed il tonfo di mille stivali sulla neve.

 

 

…Uno sparo…

 

 

…o forse no. Ma si, dev’essere stato uno sparo, là, davanti a te. Un rumore regolare, uno ogni due/tre minuti, che si fa sempre più forte man mano che ti avvicini a quella curva, che tutti quegli uomini rotti percorrono. Là, dove c’è quell’albero spoglio ed annerito, contorta caricatura di tutti voi. Ad una certa distanza dalla curva, dal lato opposto a quello dell’albero, c’è un’isba nera; dall’isba qualcuno spara. Ci mette tanto a caricare: un colpo ogni due o tre minuti. Forse ha un fucile troppo vecchio, o forse ha troppo freddo, o forse è annoiato, a vedere tutta quella gente tutta uguale, a sfilare davanti alla sua finestra. Non ha una buona mira, attraverso il vento ed il nevischio; magari è un vecchio contadino, ed il freddo gli ha risvegliato l’artrite nelle dita della mano. Solo un soldato ogni tanto piomba a terra, ringraziando forse il riposo che finalmente può arrivare, dolcemente abbracciato da una spessa e misericordiosa coltre candida, con il cervello che finalmente può smettere di pensare. Ma che, forse qualche cervello possa ancora avere il coraggio di pensare a 30 gradi sotto zero? Eppure tu pensi. Non molto, quel tanto che basta per ricordarti…qualcosa. Sei troppo stanco, tu, siete troppo stanchi tutti per reagire contro quell’uomo; dovete pensare a camminare e basta, che subito dopo la curva inizia la collina, e la dovete anche oltrepassare.

 

 

…Stanco…

 

 

…quanto tempo era che camminava? Due, tre, quattro giorni? Una settimana? I suoi occhi si erano oramai abituati ad inquadrare in basso i suoi piedi arrancanti: la monotonia di quei piedi, i gemiti di quella fiumana sofferente, lo stramazzare dei corpi sul manto immacolato, lo sporadico tuonare dei cannoni dietro ed attorno a loro. Hai dimenticato dove stai andando, vero? Hai dimenticato se stai fuggendo, giusto? Hai dimenticato da chi stai fuggendo, o no? Il freddo è tutto ciò che senti e che ricordi. Cos’è il tempo? Tutti quei volti riversi per terra e cancellati dalla neve te lo ricordano: solo un intervallo dal tuo ultimo sospiro al tuo ultimo riposo. Alzi gli occhi, ma non la testa: e guardi. C’è stato uno sparo. E’ forse caduto qualcuno? Non è certo facile vedere attraverso tutto questo bianco. Per terra ci sono ancora quattro corpi, là, vicino a quell’albero nero; molti altri sono già stati abbracciati dal candore della terra, ma non hai sentito alcun gemito. Eppoi non puoi capire; le persone sono solo tante ombre grigie sullo sfondo della tormenta. Però devi. Capire…nonostante il freddo, nonostante tutto…l’albero si avvicina sempre più. Tra poco toccherà a te prendere parte a questa silenziosa roulette: tra uno/due minuti potrebbe spararti. Se qualcuno è stato colpito adesso…vuol dire che ci sono davvero poche probabilità che tra poco colpisca proprio te. Si, si, è una legge statistica, era davvero difficile che ne beccasse due di fila. Il suo cervello si arrovellava su questo calcolo probabilistico, perché se ne colpisce solo uno ogni quattro, cinque, forse anche di più che in effetti non è che ne avesse visti tanti cadere giù in quei venti, venticinque minuti che camminava con quella curva e quell’albero sotto gli occhi, ma sicuramente ne prendeva ben pochi, quegli spari erano l’unica cosa che riusciva ad attraversare la sua sonnolenza, e quello schermo di neve. Ma non era forse meglio fermarsi per lasciare proseguire qualcuno, a rischiare quella mano di roulette al posto suo, si si, e lui sarebbe passato subito dopo. Ma se stava fermo, magari quello lo avrebbe potuto mirare meglio, magari aveva una visuale, più grande di quella, che lui credeva: ed allora eccoti là, bello e morto. E poi, che fermarsi, e fermarsi: si fosse fermato ora, sarebbe stramazzato subito, le gambe due pezzi di ghiaccio. Morte. Impossibile; se vuoi andare avanti, l’unica è non fermarti, mai. E respirare pesante.

 

 

…Cantava una triste nenia di desolazione…

 

 

…e di affanno, quell’albero lì, nero, spaventevole, con quei due rami nodosi piegati verso l’alto. E’ una statua stai pensando, una rappresentazione di te e di tutti gli altri, in una fuga immobile. Forse quell’uomo nell’isba non avrà la mira buona, ma il freddo ce l’ha eccome, non sbaglia mai un colpo in mezzo a voi, pagliuzze pescate a caso. Si, tante pagliuzze pescate a caso dal destino, a chi tocca ora? A te, coi tuoi venti anni ancora da compiere e lo sguardo vitreo e tumefatto? Oppure a te, che coi tuoi gradi credevi di poter conquistare il mondo oltre le Alpi? Chi sarà il prossimo a sperimentare il mistero di un cuore che decide di fermarsi, a scoprire quanto costa attraversare l’ultimo secondo, per confondervi nel bianco di quella notte gelida? Tu lo sai, non vedi ma lo hai capito, che quell’uomo ha, appoggiato il fucile sulla spalla, ed è ora, una mano ancora più scheletrica e gelida, sta per estrarre un’altra pagliuzza. Il grilletto sta per scattare, lo hai sentito. Non c’è via di fuga attorno a te, sei proprio là in mezzo. Mille orme rigano la neve; un albero nero urla una muta disperazione; un tedesco rimprovera un cadavere congelato; il vento sibila e ride fuori e dentro di voi; due rigidi manichini semoventi gettano la loro pallida ombra dietro di te; un grilletto sta per scattare; una preghiera muore sulle tue labbra; un'altra pagliuzza sta per saltare. Anzi, no: è saltata.

 

 

…*BANG*…

 

…un altro sparo. Laggiù, vicino a quell’albero nero davanti a me. Mi pare proprio, che quell’uomo sia stato colpito: stava camminando, e ad un tratto si è accasciato, per terra. Se è stato colpito, per me tanto meglio: è difficile che quando arriverò io, scoperto vicino a quell’albero, quel cecchino riuscirà a beccarmi, visto che ne becca così pochi. E se invece mi prenderà? E se la fatica mi troncherà il respiro? E se domani non troverò da mangiare? E se perderò uno stivale? E se incontriamo nuovamente i carri armati russi? E se un aereo ci vede e ci spara? E se finiamo su un campo minato? E se non riusciamo a scappare fuori dalla sacca? E se verremo fatti prigionieri? E se quel buco di proiettile nella spalla mi va in cancrena? E se riesco a tornare a casa solo per scoprire che tutto è stato distrutto? Morire è il solo modo, per sfuggire allo sguardo vigile della morte. Ma non, pensare ora, pensa a, camminare. Sono due settimane, e, non ce la, fai più. E c’è quella collina; zitto, e pensa, a, superarla. Tutti, non pensate, e superatela. Andate, andate, oltre la collina…

 

 

…tutti dormivano ai piedi di quell’albero nero, in quell’infinita distesa di bianco…

 

 

 

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