Racconti di Gabriella Cuscinà

Il pavimento di marmo


gabriella.cuscina@tin.it

 

 

 

Avevo preso l’abitudine di recarmi in una casa di riposo per far visita ad un’anziana zia e vi avevo conosciuto tanti vecchi signori. Erano tutti tristi e afflitti, parevano dei condannati a morte. La zia quando mi vedeva arrivare, era contenta e capivo che mi aspettava con ansia.
Un giorno, accanto a lei nella sala da pranzo, vidi seduto un anziano signore con lo sguardo assente e disincantato. Mi salutò: - Buon giorno signora, è fortunata sua zia ad avere chi la viene a trovare ogni settimana.-
Risposi che la zia non aveva figli che potessero tenerle compagnia.
-Sì appunto,- continuò il signore- ma perlomeno ha lei.-
Ogni tanto mi guardava e scoprivo nei suoi occhi qualcosa di strano, di scanzonato. Dopo averlo guardato varie volte, la curiosità mi spinse a chiedergli: - Anche lei non ha figli?-
Si drizzò sul busto ed esclamò quasi spazientito: - Ma che figli e nipoti! Non ho nessuno! Completamente nessuno!-
La settimana successiva trovai la zia che stava conversando con lui e parevano diventati amici poiché tra di loro c’era una certa confidenza.
–Oh ecco la nipote!- mi salutò, mentre la zia mi baciava. –Stavo appunto raccontando che lasciai questa città molti anni fa.-
Gli strinsi la mano e dissi: - Buon giorno signor…...-
- Girolamo- aggiunse subito. – Mi chiamo Girolamo Zinardi. Dunque stavo appunto raccontando che moltissimi anni fa quando avevo solo dieci anni, i miei genitori lasciarono questa bella città di Palermo per andare a lavorare nel Nord Italia.-
Pareva felice per la nuova amicizia e pronto a narrare la sua vita, soddisfatto d’aver trovato finalmente qualcuno disposto ad ascoltarlo.
“Qui mio padre non aveva lavoro e mia madre non riusciva a dar da mangiare a noi cinque figli. A Milano invece, mio padre poté lavorare come venditore ambulante e mia madre entrò in una fabbrica. Io fui mandato a scuola ma non ultimai le superiori. Cominciai a fare anch’io il venditore ambulante e ben presto accumulai qualche soldo per aiutare la mia famiglia. Poi un bel giorno, o forse un brutto giorno, incontrai una ragazza che mi fece perdere la testa. Me ne innamorai perdutamente e volli sposarla. Affittai una casetta molto piccola e convolammo a nozze. Credevo d’avere realizzato tutti i miei ogni perché quando lei mi guardava, mi sentivo in estasi e quando la baciavo, mi sentivo beato. M’aspettava a casa e i primi tempi del nostro matrimonio furono idilliaci. Sennonché una volta, tornando dal lavoro prima del solito, la sorpresi a letto con un altro uomo. Dinanzi a quella scena, il dolore fu indicibile, la rabbia insopportabile, ma la mia reazione fu stranissima. Mi voltai, uscii da casa e chiusi la porta. Feci un biglietto del treno per non so quale destinazione e me ne andai per sempre, senza più dare notizie di me. Adoravo mia moglie e sentirmi tradito con tanta slealtà aveva fatto crollare tutto il mio mondo e la mia fiducia nel prossimo. Scrissi ai miei genitori d’essere andato a lavorare altrove e invece intrapresi la vita del barbone. Volevo protestare contro la cattiva sorte. Dormivo sotto i ponti, andavo a raccattare il cibo e mi coprivo di vestiti smessi. Avevo troppo odio e dolore nel cuore, dunque volevo solo contestare e rifiutare tutto e tutti. Lo so che può sembrare una reazione assurda e anacronistica, ma nulla mi fece cambiare idea. Ognuno di noi reagisce secondo il proprio temperamento e il proprio carattere. Forse avrei potuto fare il brigatista rosso, invece ogni tanto salivo su un treno merci e cambiavo città. Così dopo molti anni e quasi senza rendermene conto, ritornai a Palermo. Quando scesi dal treno, riconobbi subito l’aria e i profumi d’arancia e mandarini. Dopo un tempo immemorabile di tristezza e solitudine, fui di nuovo sereno, mi sentivo a casa, rivedevo il mio mare, risentivo il mio dialetto, mi sentivo tra gente che conoscevo da sempre. Per la prima volta, provavo un senso di pace e di benessere. Quella notte la trascorsi su un marciapiedi della stazione, ma il giorno dopo fui svegliato da una mano gentile e da una voce che mi chiese:
- Fratello, non sai dove andare? Non hai mangiato? Sei solo? Vieni con me, ti porto alla missione dove accogliamo tutti i bisognosi.-
“Lo guardai e vidi un volto sorridente, con la barba e una specie di saio che gli copriva il corpo.
- Sì grazie, – risposi – non mangio da due giorni.-
- Da dove vieni? Non sei di qua. Dal tuo accento, sembri del Nord. Io sono frate Anselmo e mi occupo dei derelitti e dei poveri di questa città.-
- Mi chiamo Girolamo- risposi- e vengo dal Nord. Ho lasciato tutto e tutti perché mi hanno tradito e m’hanno fatto soffrire. Ho preferito vivere da girovago. –
- Alla missione troverai da mangiare e prepareremo un letto anche per te. Là tutti lavorano e si danno da fare. Dovrai farlo anche tu, ma ti abituerai presto.-
“Mi fece salire su un vecchio furgoncino, avviò il motore e partì. Arrivammo ben presto dentro una grande villa piena d’alberi e fontane. Non avrei mai supposto che una missione per i poveri potesse avere un giardino così grande e bello! Vi erano fiori e aiuole ovunque, profumo di zagara e canti d’uccelli.
- Ma è vostra questa villa?- chiesi stupefatto.
- Sì, appartiene alla missione, ma quando il Comune ce l’affidò circa trent’anni fa, era una villa fatiscente e in completo abbandono. Non vi era nulla, solo delle macerie e i resti distrutti di alcuni padiglioni qui attorno. Con il lavoro e l’aiuto dei fratelli abbiamo ricostruito tutto e abbiamo anche rimesso a posto le aiuole, le piante e ridato vita agli alberi. Ogni cosa è costata molta fatica e dedizione, ma ormai possiamo dare da mangiare e dormire a moltissima gente disperata. Mi sono recato scalzo dal sindaco della città per elemosinare aiuti d’ogni genere. Ci forniscono luce e gas gratuitamente. Per non dire degli aiuti generosi dei miei concittadini! Vengono spesso persone e famiglie facoltose a portare aiuti economici, vestiti, biancheria e generi alimentari. Questa città ha un cuore grande come il suo mare!-
“Quelle parole mi commossero e mi dichiarai disposto ad aiutare facendo il necessario: - Se mi terrete qua, lavorerò e farò quanto mi direte di fare, frate Anselmo, glielo assicuro.-
“Nel frattempo s’era avvicinato un altro frate. Questi non aveva la barba, ma aveva il capo rasato e grandi occhi scrutatori.
- Salve! Chi sei? Un nuovo ospite? Benvenuto tra di noi.- Mi salutò e mi batté una mano sulla spalla. – Io sono frate Gino e qui alla missione faccio di tutto e di più.-
- Sì,- aggiunse subito frate Anselmo, - è un nuovo fratello che viene a stare con noi. Dovremo trovare un letto e un posto a tavola anche per lui.-
“Mi assegnarono un letto in una delle camerate e un posto in una delle tavole del refettorio. Al mattino lavoravo come falegname per rimettere a posto le persiane dei vari padiglioni; il pomeriggio invece davo una mano in cucina a pelare patate o a ripulire la verdura. Vedevo che tutti si davano da fare, non c’era nessuno che restava con le mani in mano. Ogni tanto m’incaricavano di andare a zappare il giardino ed innaffiare le piante. Facevo tutto con grande piacere perché capivo di rendermi utile e che quella gente era buona, umile, pronta ad accogliermi e a volermi bene. La domenica assistevamo alla Santa Messa e frate Anselmo mi aveva fatto fare la Confessione e la Comunione dopo non so quanti anni. Mi sentivo felice e leggero e non pensavo più né a mia moglie né al mio triste passato. Avevo scritto ai miei genitori e avevo saputo purtroppo che erano morti entrambi. Quando l’avevo comunicato a Frate Anselmo, aveva fatto celebrare una Messa in suffragio delle loro anime.
Un giorno mentre lavoravo ad un muro della chiesa che stavamo restaurando, udii un dialogo tra frate Gino e frate Anselmo. Il primo diceva che il pavimento della chiesa avrebbe dovuto essere di marmo per risultare più bello e più resistente.
- Ma come possiamo costruire un pavimento di marmo? Frate Gino, costerebbe non meno di diecimila euro! E dove li pigliamo? Quello che faremo costerà pochissimo e ci dovremo accontentare.-
- Frate Anselmo,- insisteva l’altro- il Signore ci aiuterà, ma dobbiamo farlo in marmo! Altrimenti alle prime piogge comincerà ad infiltrarsi l’acqua. Vada da un marmista a chiedere quanto costano le lastre di marmo.-
- Io andrò a chiedere, ma non s’illuda e si convinca che la nostra è una chiesa per i poveri.-
- E’ sicuramente una chiesa per i poveri, ma lei sa che i fratelli vi hanno lavorato con amore e qualcuno di essi ha già realizzato affreschi, lampadari in ferro battuto, nicchie di cemento e un altare con paramenti ricamati.-
“Infatti avevo ammirato tutta la chiesa ed era veramente graziosa, sobria e piena di manufatti dei fratelli.
Mi ricordai di avere con me, conservati in un vecchio portafoglio, esattamente diecimila euro, frutto dei miei risparmi di ambulante, soldi che non avevo mai voluto spendere preferendo fare il barbone. Li avevo messi da parte, ma li rinnegavo, non avevo mai voluto servirmene per protesta e per rinnegare quei soldi che erano il simbolo di una società che odiavo. Li avevo quasi dimenticati. Adesso era venuto il momento di utilizzarli. Quando frate Anselmo si fu allontanato, mi avvicinai a frate Gino e dissi: - Ho ascoltato involontariamente il vostro discorso riguardo il pavimento di marmo e ho capito che avete bisogno di diecimila euro. Io li posseggo, frate Gino, vorrei offrirli per la chiesa.-
“Mi guardò sbalordito, mi afferrò per le spalle e cominciò a urlare:- Dove li hai rubati farabutto? E noi che abbiamo avuto fiducia in te! Sei un ladro, ecco chi sei! A chi li hai presi? - E continuava a scuotermi violentemente. Provai un’indignazione tremenda e gli avrei sferrato un pugno se non fosse intervenuto un altro fratello a dividerci. Molti si erano adunati intorno a noi, richiamati dalle urla. Lo guardai sdegnato ed esclamai: - Prima di accusare ingiustamente, dovrebbe accertarsi di come stanno le cose. Io quei soldi li ho guadagnati onestamente, ma ora capisco che i preti come lei non meritano nulla. Li terrò, non glieli darò, piuttosto li vado a buttare a mare, non si preoccupi. Anzi se vuole, vada a chiamare la polizia. Vedremo di cosa mi possono accusare!-
“Quelle mie ultime parole lo impressionarono e si calmò. Mi guardò con occhi diversi e chiese: - Girolamo, è proprio vero quello che dici? Come hai quei soldi?-
- Molti anni fa facevo il venditore ambulante. Si figuri che possedevo pure un camioncino. Ho abbandonato tutto. Ma quei denari risparmiati li ho ancora con me.-
“Frate Gino sembrò persuaso e finì col dire: - Bene, aspettiamo che torni frate Anselmo. Deciderà lui.-
“Dopo l’ora del pranzo, frate Anselmo, che era il capo di quella comunità, tornò e il suo volto esprimeva mestizia e delusione. Compresi che non aveva potuto ottenere nessuno sconto sul prezzo delle lastre di marmo. Fui chiamato da entrambi e frate Anselmo esclamò: - Girolamo! Ma davvero vuoi prestarci diecimila euro? Sono commosso figliuolo!-
- No, -risposi- non voglio prestarli. Voglio regalarli alla chiesa per costruire il pavimento di marmo. –
“ Il viso di frate Anselmo espresse una grande commozione e i suoi occhi s’inumidirono. Abbassò il capo, poi lo rialzò guardando lontano: - Sai, ho sempre creduto che la provvidenza divina sia pronta a soccorrerci continuamente. Ancora una volta il buon Dio me ne da la prova. Non avevamo i soldi, mi ha mandato te. Grazie Girolamo, te ne saremo eternamente grati, anche perché sono sicuro che i tuoi soldi siano assolutamente puliti.-
“Così consegnai i miei denari al frate e di lì a qualche giorno cominciarono ad arrivare alla missione dei camion pieni di lastre di marmo. Io fui incaricato di aiutare alcuni fratelli alla posa delle lastre. Lavoravamo di mattina e anche parte del pomeriggio, fin quando non faceva buio. Volevamo finire prima di Natale per celebrare la messa natalizia nella chiesa ultimata e risplendente del suo pavimento di marmo lucido. Avevo fatto amicizia con quei fratelli che erano bravi come marmisti e che mi spiegavano molte cose riguardo le opere murarie.
“Un giorno, uno di loro doveva uscire per andare a comprare in farmacia delle aspirine. Avevo in tasca pochi soldi. Li diedi a quel fratello pregandolo di comprarmi dal tabacchino una schedina del Supernalotto. Pare incredibile a dirsi, ma è la pura verità: vinsi più di centomila euro! Alla missione ci fu una festa enorme e naturalmente regalai a quella povera gente gran parte della vincita, il resto l’ho depositato in questa casa di riposo perché mi ospitino finché avrò vita.”




          






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