Racconti di Danilo Gentilozzi

 

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UN AMORE FEDELE



La contessa era immobile davanti a me. Aveva occhi stanchi e piccoli, uno sguardo triste e le braccia che cadevano pesantemente parallele ai fianchi. Era vestita a lutto, completamente di nero, e recitava a bassa voce chissà quali preghiere. Fissava intensamente la fossa che avevo appena finito di scavare, al centro del sontuoso giardino che circondava la sua abitazione e che le apparteneva già da due generazioni. Non era una fossa granchè profonda e neanche tanto ben fatta, ma era sufficiente ad accogliere quel corpo senza vita che giaceva ai piedi della donna.
Sudavo tanto, avevo la fronte madida e i palmi delle mani indolenziti; le braccia non le sentivo più, a furia di scavare e scavare e scavare per tutta la mattinata e avevo anche un forte mal di testa. Sudavo anche per il fatto che quella presenza fissa mi innervosiva molto e mi dava fastidio il fatto di perder tempo a fare quella cosa assai lugubre e un po' ridicola. Nel profondo del cuore, però, ero contento. Sinceramente, esultavo dalla gioia ma non davo a vederlo, altrimenti avrei corso il rischio di rimanere disoccupato.
La contessa aveva da poco perso la figura che reputava la più importante della sua vita, dopo tredici lunghi anni di gioie e di dolcezze. Sono molti anni che servo questa donna, la accudisco nelle faccende domestiche e le poto il giardino e molti anni sono passati, dunque credo di conoscerla abbastanza bene.
Eppure non l'avevo mai vista così innamorata, così vitale, allegra e piena di vivacità come in quei tredici anni. Nonostante questo, sono contento che lui sia morto e, mi dispiace per lei, non cambio il mio pensiero e ringrazio ancora il cielo che ciò sia successo.
La mia signora aveva poco più di sessant'anni quando ciò accadde. Era, ed è tutt'ora, una gran bella donna, non ho nulla da dire. Un po' sfortunata, oserei pensare. Oppure non indicata a fare la donna, in tutti i sensi.
Aveva avuto tre mariti e tutti i matrimoni erano falliti nel giro di pochi anni. Sapeva amare all'inizio, ma poi tutto svaniva e affievoliva l'entusiasmo e tornava ad annoiarsi. I mariti ci mettevano poco tempo a cornificarla. Non era stata una buona moglie e non era stata una buona madre. Aveva avuto tre figli, tutti lasciati alle cure dei suoi domestici, me compreso. Lei aveva altro da fare, cose più importanti per cui vivere, come passeggiare, godersi l'aria fresca del mattino e il sole del mezzodì soprattutto nelle lunghe primavere e nelle calde estati, viaggiare e scoprire mondi nuovi, organizzare continuamente cene per i suoi pochi e fidati amici. Non una buona madre. Una donna decisamente sola e abbandonata al suo destino. Un contratto; per lei il matrimonio era stato semplicemente un contratto da rispettare e i figli erano stati semplici incidenti di percorso. 
Sembrava quasi che anche tutti noi domestici le stessimo antipatici e ci trattava freddamente, come aveva fatto con i suoi mariti. I ghiacciai del polo nord in confronto a lei erano caldi come le spiagge della Sicilia. Non aveva molta fiducia nell'uomo in quanto marito ed espressione del potere familiare e questo era comprensibile. 
Gli occhi vitrei e la voce nasale atonale la rendevano paragonabile a un computer. Ho resistito solo grazie al ruolo che avevo, ero il più anziano fra i domestici, e alla pazienza, ma capivo perfettamente come ci si sentisse ad essere il marito di un robot.
Poi arrivò lui e ci fu il mutamento, tanto atteso quanto improvviso ed inaspettato. Fu un dono del cielo e di un'amica della contessa che glielo fece conoscere. Era piccolo, vispo e allegro, giocherellone ma serio quando era opportuno. Era davvero bello e anch'io non ne avevo mai visto uno così, una bella presenza. 
Credo che fu amore a prima vista. Ciò che la colpì di lui furono la tenerezza e la concentrazione che mostrava in tutto ciò che faceva. Metteva l'anima in ogni occasione, affinché questa venisse bene e per potersi accattivare le simpatie della mia signora che, poco a poco, crollò. Il ghiaccio si sciolse e la contessa divenne una donna dolce, servizievole, amante.
Scoprì l'amore, qualcosa che aveva provato solo di sfuggita e controvoglia e vide che era una cosa molto buona. Si lasciò andare, stava sempre in casa con lui, si chiudevano in camera da letto e sentivo la donna ridere e il continuo schioccare dei baci che si ripeteva, in un misto di sensazioni che la travolsero. Usciva da quella stanza sempre con i vestiti sgualciti o strappati, sporca in volto, scapigliata, estasiata e rapita da molti pensieri e sorrideva verso il vuoto o verso noi domestici che la guardavamo increduli della metamorfosi. Bastava poco per rimettersi a posto e riprendere la giornata, come se non fosse accaduto nulla.
All'inizio tutto ciò apparve meraviglioso a noi domestici, ed eravamo felici per lei. La sua gioia era la nostra e pensavamo che bastasse poco per rendere felice un essere umano. Che sensazione strana deve essere l'amore.
Poi però, fu troppo. Si passò da un eccesso all'altro e cominciammo ad odiare il nuovo arrivato. Fu dopo il quarto anno assieme che personalmente iniziai a provare astio nei confronti di quell'essere schizzinoso e prepotente.
Una volta accadde che, nell'aprire la porta di casa, urtai involontariamente il mio piede contro di lui e questi cominciò a strillare e a lamentarsi. La contessa era nei paraggi e cercai di spiegare cosa fosse successo, ma quella non volle sentire ragioni e mi tolse metà stipendio per qualche mese. Piansi amaramente per un bel pezzo e detestai quel bastardo con tutto me stesso. 
Da quel giorno non ebbi più le simpatie della contessa e credo neanche di quel buffone, che mi evitava e si sottraeva alla mia vista per rifugiarsi in qualche altra stanza. Ero il suo incubo peggiore.
Ogni comportamento della contessa peggiorò, e mi sembrava sempre più una donna strana. Non pagava più regolarmente i nostri stipendi, spendeva i suoi soldi in regali e dolciumi per lui, aveva personalizzato una poltrona per il suo amante e nessuno poteva toccarla né spostarla, neanche i pochi ospiti importanti che ogni tanto venivano a far visita alla contessa. Lui vi si sedeva spesso e nessuno aveva il coraggio di avvicinarlo, perché si sentiva disturbato e si arrabbiava a morte. Forse gli dava fastidio la nostra presenza accanto e, se avesse voluto, ci avrebbe sbranato e seppellito nel giardino, come invece io avrei fatto, qualche tempo dopo, con lui.
Non beveva vino, cosa che la mia signora faceva di solito alla fine di ogni pasto, ma negli ultimi tempi la contessa lo stava facendo abituare anche a quella tradizione familiare. Gli versava due gocce di rosato nell'acqua e credo che gli piacesse veramente perché beveva molto in fretta e poi faceva strani versi, come fa un intenditore per affermare la prelibatezza di un buon vino.
D'inverno la contessa gli faceva indossare pesanti maglioni che lo rendevano buffo ai nostri occhi e la sera dormivano stretti nel loro letto matrimoniale. Aveva trovato il suo re e per nulla al mondo se lo sarebbe lasciato scappare.
Ultimamente era tornata la donna fredda di qualche tempo addietro e sembrava avere una doppia personalità. Con noi domestici, e sempre con me in particolare, era distaccata, fredda più di prima, a volte perfino insopportabile; con lui si scioglieva come la neve al sole ed era tutta sorrisi e baci.
La scena peggiore capitò quando i due si rotolarono, stretti in un lungo abbraccio, su quello stesso giardino nel quale avevo scavato la fossa. Pensai davvero che la mia signora fosse impazzita e il mio cuore piangeva al vedere che cosa era arrivata a fare una severa donna di quasi sessant'anni.
Quando gli altri domestici portavano loro da mangiare, la contessa voleva che fosse servito prima lui e poi se stessa, e lo baciava in bocca davanti a tutti noi, ricambiata con molto ardore. Fu in quella occasione che noi domestici cominciammo a prenderla in giro di brutto e non c'era sera che mi addormentassi senza prima pensare a quella raccapricciante scena del bacio e mi rimaneva impressa la striscia di saliva che circondava la bocca carnosa della contessa. Mi addormentavo e avevo incubi tremendi, che non possono raccontarsi.
Quando lei non c'era per impegni, eravamo noi domestici a doverci occupare di quella bestia insolente. A volte faceva talmente baccano che eravamo costretti ad assecondarlo in tutti i suoi desideri. Negli ultimi tempi lo chiamavamo il "rompipalle", anche in sua presenza. Lui non si offendeva. Che signore, pensavo. Avercene come lui.
La tragedia si consumò una mattina d'estate. Forse il caldo, forse il troppo vino bevuto la sera prima, forse la voglia di fare lo scemo, lui uscì verso l'alba dal cancello, correndo come un pazzo. Mi ero appena svegliato e lo vidi di sfuggita. Il cancello non era completamente chiuso e mi ricordai che stavo cercando di riparare un guasto ad un'anta. La sera prima l'avevo lasciato accostato proprio per ricordarmi di continuare. Qualche secondo dopo sentii una brusca frenata e delle grida. Mi precipitai sul luogo del misfatto, ma tutto era già accaduto. 
Ad un incrocio vidi una macchina sul marciapiede, con il muso addosso ad un palo della luce piegato; il conducente, grondante di sangue, era appoggiato al volante; il compagno della contessa era disteso a terra privo di sensi. Lo tastai e il corpo non ebbe alcuna reazione.
- E' morto - mi disse un passante. - E' stato un impatto molto violento. Il conducente, invece, penso che se la caverà.
- Morto… - ripetei e subito pensai alla contessa. - E ora cosa dico alla mia signora, eh? Me lo dica lei, perché io non so cosa inventarmi. Questa è la volta buona che mi uccide.
- Le dica che doveva chiudere bene il cancello. Questi qua ormai sanno fare di tutto, anche aprire un cancello. Anzi forse questa è la cosa più semplice. 
Anche questa volta la colpa era mia e mi sarebbe stata addossata pesantemente. Non ce la facevo più a resistere e dissi a voce alta quel che pensavo.
- Lei non ci crederà, ma sono contento.
- Contento? Ma non lo amava?
- All'inizio sì, poi però è peggiorato e ultimamente speravo proprio che finisse così, ammazzato sotto le ruote di una auto - dissi quasi senza volerlo.
- È crudele, amico mio. Lei è veramente crudele.
Pensai che fosse vero, ma non me ne importava nulla.
- Se ci avesse vissuto accanto tredici anni forse mi capirebbe - dissi, guardando il corpo del defunto. - Sì, credo proprio che mi capirebbe.
Presi il corpo senza vita e tornai alla villa. Il sole stava lentamente sorgendo e faceva già un caldo torrido, pur essendo le sette di mattina. Feci una piccola recita davanti alla contessa, fingendomi mortificato e lei lo prese in braccio e lo portò su in camera sua, dove rimase per l'intera giornata.
Era morto e con lui se ne era andato un pezzo della sua vita, l'unico amore fedele che non se ne era andato mai e le era stato sempre accanto.
Quando, la mattina dopo, io e la contessa eravamo ai lati della fossa, sembrava la fine di un film drammatico, pieno di musi lunghi e lacrime amare. La contessa si asciugò gli occhi umidi e mi fece un cenno di assenso con la testa, dandomi la possibilità di procedere alla sepoltura.
Mi infilai i guanti, presi il corpo del dalmata chiazzato, a cui era stato imposto il nome Poldo, lo poggiai delicatamente all'interno della fossa e ricoprii con il terriccio che si era accumulato quando avevo scavato la tomba del povero cane.
- Addio Poldo, amore mio! - disse la contessa.
La guardai senza farmi accorgere e mi scappò un risolino molto ironico. Cose da pazzi.
Se quel cane avesse potuto parlare, l'avrebbe ringraziata e magari le avrebbe anche chiesto di sposarlo e li sarebbero cominciati i dolori. Dopo tutto questo pensai che noi domestici abbiamo una vita da cani e che l'amore è proprio una sensazione che ti cambia completamente. In meglio e, a volte, anche in peggio.

(2003)


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