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Racconti

Davide Maniscalco

 

CHANEL N.° 5

Conoscevo una tipa che si chiamava Carla, a volte Marcela, era un ex studente con il padre camionista che dopo settimane di trasferte torna a casa e trova il figlio con un paio di tette enormi. La madre, originaria di uno dei sobborghi più malfamati della città, era morta di parto. Dopo che il padre l’aveva cacciata di casa si era fatta ospitare da alcuni suoi amici transessuali che l’avevano convinta a prostituirsi. Aveva dei bei lineamenti, capelli neri, ossatura minuta e carnagione bianchissima. Gli occhi infossati le davano quell’aspetto blasè non propriamente volgare che la rendeva diversa dalle sue colleghe. Sapeva parlare bene e questo rassicurava i clienti. Era molto richiesta ma non da me. Io la frequentavo e me ne fregavo del giudizio della gente. A dire il vero forse ero il più stronzo di tutti perché non ci andavo mai in giro, la trattavo con normalità ma senza esagerare. In fondo la sua compagnia non mi dispiaceva,non mi aveva mai sfiorato con un dito ed era un’amica sincera. Metteva troppo profumo, Chanel n.° 5, roba da far venire il mal di testa a starle vicino. Amava vestire di bianco, diceva di essere magra da poterselo permettere ed era vero. «Le tette così sembrano più grandi» diceva. Una notte le capitò un cliente che gliele strizzò così forte da farle uscire del liquido che lei spacciò per colostro. Il tipo non si era accorto che aveva caricato in macchina un uomo, lei l’aveva capito e aveva fatto finta di niente. Sentirsi una donna vera per pochi minuti le bastò almeno fino a quando non si ritrovò con la faccia spalmata sull’asfalto. L’aveva scaraventata giù con un calcione nel fianco. Milza spappolata con un solo colpo, ospedale, intervento. Una volta guarita tornò di nuovo in strada.
Quando venne da me ero sveglio da poco e stavo seduto vicino alla finestra con la camicia tutta aperta e le mani tra le palle perché sentivo freddo alle mani.
« Come stai? » chiese buttando la borsa per terra nell’ingresso.
« Ho conosciuto giorni migliori »
« Ah sì? »
« Perché hai tutti quei lividi in faccia? »
« Me li devi ammazzare, me li devi ammazzare hai capito? »
Si era seduta di fronte a me e agitava la testa fissando la sigaretta come una checca isterica.
« Qual è il problema? »
« Mentre lavoravo mi hanno fatto uno scherzetto ma questa volta me li devi massacrare, me li devi finire lentamente, devono soffrire »
« Questa volta? »
« Cosa? »
« Hai detto “questa volta”, quando mai ti ho difesa da qualcuno? »
« Beh, non l’hai mai fatto ma da come ti comporti con la gente sembra che sei sempre pronto ad aiutare tutti »
« Ti sbagli, non ci hai preso proprio. Insomma che ti è successo? Vai in cucina, prenditi una birra e aprine una anche a me. È ora dell’aperitivo, se vuoi ci sono delle aringhe affumicate nel piattino rosso »
Tornò con le birre, continuava a fumare nervosamente Cartier, passeggiava avanti e indietro.
« Hai anche le ginocchia sbucciate »
« Se mi fai parlare te lo dico io cosa è successo. Ero al lavoro quando si ferma un tipo belloccio, bella macchina, bei vestiti, bell’orologio, e mi chiede quanto prendo. Contrattiamo un po’ e poi mi fa salire. Lo guido fino al posto in cui dobbiamo scopare e lui comincia a parlare. A me lui piace quindi parlo molto anche io, per un attimo mi sento contenta e dimentico la vita di merda che faccio »
« Ma non avevi detto che volevi operarti? »
« E questo che c’entra adesso? »
« Niente, pensavo che se tu fossi completamente donna potresti trovare un lavoro »
« Sì. Quindi mi lascio andare e gli dico che non è molto che faccio la vita, che avrei voglia di smettere e proprio mentre glielo dico sento una stretta al collo. C’è un altro nascosto dietro ai sedili. Questo mi immobilizza la testa contro il poggiatesta e il tipo che mi aveva caricata mi pianta subito un diretto sul naso che me lo rompe. Ho sentito il setto che si conficcava nel cervello»
« Non giri armata? »
« No, e comunque non è facile cercare un’arma quando sei in un’auto immobilizzata e con il naso rotto. Mi buttano fuori dalla macchina e cominciano a prendermi a calci »
In meno di un minuto quella povera crista è così malconcia che non riesce nemmeno ad implorare pietà. La prendono a calci nello stomaco, sulle gambe, nelle palle, in faccia. Prima di andare via gli pisciano addosso e la abbandonano mezza morta tutta coperta di polvere, sangue e piscio.
« Non mi hanno fatto male le botte, mi ha fatto più male il fatto che mentre ero per terra mi hanno tirato addosso i soldi e uno dei due sghignazzando ha urlato che ero ridicola perché non sapevo se piangere come un uomo o come una donna ».
Mi faceva pena, quei due erano i classici tipi della middle class in cerca di emozioni forti.
« Hai capito? Lascia che li veda in giro, perché io non dimentico mai una faccia sai? »
« Al massimo potrai riconoscere il tizio alla guida, quello dietro non l’hai proprio visto suppongo. Che macchina avevano? »
« Una Saab nera, quello che guidava aveva un tatuaggio con le iniziali M.M. sul polso destro. Mi basta prenderne uno, me ne basta uno lo giuro. Che ne pensi? »
« E che ne devo pensare, sono inconvenienti del tuo mestiere, quando esci da casa sai a cosa vai in contro. Non ti è andata poi così male, i soldi te li hanno lasciati »
« I soldi? E secondo te perché sarei così arrabbiata allora? »
« Senti non lo so, dimmelo tu perché sei arrabbiata. Cioè, io non le capisco quelle come te, non è che fai l’impiegata o la commessa o la baby sitter, tu lavori in strada. Ti vendi, a degli sconosciuti, la notte, in auto. Chi pensi di poter incontrare? »
« È questo tutto quello che hai da dirmi? »
« Comprati un coltello, almeno puoi mettere paura agli sfigati come quelli che ti hanno aggredito. Se erano dei rapinatori professionisti, ci lasciavi la pelle lo sai? E se ti dovesse capitare di usarlo, il coltello dico, colpisci solo la parte esterna delle gambe e le spalle perché se miri altrove rischi di uccidere e quelle come te in galera se la passano molto male ».
Aveva un aspetto molto femminile ma quando si arrabbiava diventava più mascolina, allargava le gambe e gonfiava il petto.
Gettò la sigaretta per terra e andò via sculettando e zoppicando, avvolta nel suo coprispalla bianco e con la faccia tumefatta.
Io uscii in strada, salì sulla mia Citroen DS del ‘63 e cominciai a girare per la città. Non vedevo l’ora, mentre Carla mi parlava pensavo continuamente che avevo voglia di andarci un po’ in giro, l’avevo comprata da poco. Di solito andavo su e giù per i sobborghi, quella sera respiravo l’aria fresca e non mi mossi dal centro. La miseria mi si era appiccicata addosso e non riuscivo a scrostarla via. Li stavo cercando.




A CENA FUORI CON IL GIALLO

Ero uscito dalla redazione alle nove di sera e stavo morendo di fame. Mi fermai davanti alla bancarella di una signora che vendeva interiora di vitello e ne ingoiai tre stecche accompagnandole con Forst gelata. Improvvisamente, come se qualcuno le avesse fatto una domanda cominciò a parlare. Avevano arrestato il parroco del quartiere.
« Noi l’abbiamo sempre saputo, anni fa molestò anche mio figlio. Mi ha detto “mamma, ha sposato una coppia di amici miei, io ero in chiesa e quel maiale mi guardava dal pulpito con gli occhi da maniaco” »
« Come mai fa questo lavoro, di solito le donne fanno altro? ».
« Mio marito è all’hotel » cioè nel carcere dell’Ucciardone « e la famiglia la campo io. Comunque una volta due bambine sono andate a trovarlo e lui gli ha messo le mani addosso. Allora alcuni del quartiere sono andati a casa sua e manco a dirlo era tutto a posto ». Si erano infiltrati nella casa del sacerdote convinti di trovare qualcosa di osceno per inchiodarlo e invece niente. Dentro c’era un non so che di sporco, puzza di sesso stantio, immagini sacre appese a tutte le pareti, un inginocchiatoio, odore di incenso e cucinato.
« ‘Sto prete aveva sempre i capelli bianchi immacolati pettinati lisci e si metteva delle fialette per farli diventare ancora più bianchi, hai presente quelle che usano le donne anziane per dare un colore uniforme ai capelli? Passò un mese, non di più, e tornarono di nuovo in quella casa ma stavolta il parroco c’era. Salirono il macellaio e due amici suoi disoccupati, se li era portati appresso senza spiegargli neanche il motivo. Siccome il prete conosce tutti nel quartiere li fa entrare. Cominciano a parlare e com’è, come non è, il macellaio parte con un cazzotto nello stomaco e uno in bocca. Glielo dà così forte che gli rimane un pezzo di dente conficcato nella nocca. Una delle bambine molestate era la figlia di una sua cugina di secondo grado. Gli dice che deve farla finita di mettere le mani addosso ai bambini o gliela fa pagare ».
Intanto passò un collega che rallentando davanti alla bancarella mi urlò « complimenti per l’igiene! ». Non gli risposi, non sopporto le persone insensibili, è maleducato dire così davanti alla titolare.
« Che mi stava dicendo? »
« L’indomani il parroco fece una predica parlando della mafia, disse che non bisogna lasciarsi intimidire. Quel porco voleva fare capire che era con la faccia spaccata perché lo avevano aggredito per il suo impegno sociale ».
In realtà quel prete aveva il vizietto di mettere le mani addosso a ragazze giovani e bambini, senza distinzione di sesso, ed era stato trasferito nel quartiere dal vescovado con la promessa che si sarebbe curato. Il marito della mia locandiera, invece, era dentro perché aveva accoltellato il figlio. La notizia era uscita qualche anno fa in apertura di pagina. Roba di non più di due anni prima.
« Quanto le devo? »
« Due euro e 50 a stecca »
« Tenga il resto, arrivederci ».
La bancarella era vicina al carcere, andando via vidi che la signora si sbracciava in direzione del marito affacciato ad una delle finestre dei bagni in comune. Gli fece cenno che aveva incassato. Sarà che ero tornato single da poco e non mi andava di stare a casa da solo a pensare o ad ubriacarmi, decido di seguirla. Dovrei sentirmi un verme invece sto benissimo. La vecchia chiude la bancarella con un lucchetto, mette in moto l’ape e sussulta via. Supera la zona del porto, quella industriale e si ferma in uno dei quartieri più degradati della città. Parcheggia la macchina dentro un recinto di ferro filato, apre un portone che si richiude lentamente dietro di lei e sale su per le scale. Metto la moto sul cavalletto, blocco il portone con la punta del piede un secondo prima che si chiuda ed entro anch’io. In questi quartieri dormitorio ci sono sempre delle sentinelle che controllano le facce nuove che si addentrano nel perimetro. Da quando ho messo piede lì tutti sanno che c’è un estraneo e che non ha ancora provato a comprare droga. Qualcosa non va. Sono ben messo ma un’orda di ragazzini con precedenti penali può sotterrare chiunque. La signora non mi interessava più, ero solo curioso di respirare l’aria malsana di questi ambienti, di vedere di che colore sono i corrimano(bordeaux), origliare i dialoghi.
Le porte d’ingresso non esistono, soltanto tende, è uno spettacolo a cielo aperto. Sono state scardinate perché tutti devono sapere tutto degli altri, è un sistema di controllo reciproco, così nessuno può fare del male a nessuno. Faccio il vago, non posso più tornare indietro, si insospettirebbero troppo.
Con la coda dell’occhio vedo fattezze bitorzolute, fronti ampie, braccia lunghe, andature dinoccolate, fumo di sigaretta dappertutto misto a detersivo. Nei quartieri popolari i vestiti profumano forte di detersivo.
Al terzo piano sento le urla di un uomo che rimprovera un bambino, minaccia di ucciderlo. Biascica, non si capisce bene il perchè. Una donna di colore scende dalle scale, mi guarda finché non scompaio nella rampa successiva. Torna indietro e « scusa ma che ci fai qui? »
« Ci conosciamo? »
« Di vista, lavoro sotto la redazione del tuo giornale, ci salutiamo ogni tanto. Una volta ti ho chiesto una sigaretta e tu mi hai regalato il pacchetto intero »
« Già non ti ho riconosciuta senza trucco e con i jeans »
« Non puoi stare qui, sanno che c’è un intruso e lo stanno cercando »
Le vedette hanno fatto il loro dovere. Da quando sono entrato nel palazzo non ho smesso un secondo di sentire una voce urlare “numero 51, è uscito il numero 51”. Così hanno fatto sapere a tutti che c’è un estraneo. Un estraneo che non è venuto per comprare droga o fare qualcosa di illecito. Questo è molto pericoloso per loro.
« Volevo solo fare una passeggiata, non so nemmeno io perché sono arrivato qui ».
« Perchè sei uno svitato vieni con me » e mi porta in una stanza buia fetente di naftalina, piscio e con le pareti disegnate con lo spry. Inizia a baciarmi dappertutto con quei suoi labbroni umidi che quasi mi risucchia le budella. Non so come ho fatto a non vomitare al pensiero di quello che fa con quella bocca.
Otto uomini passano di corsa davanti alla porta, sono tutti armati, uno ad uno si girano verso di noi finché a turno tutti riconoscono lei. Continuano la loro corsa su per le scale.
« Stanno cercando te, mi devi un favore »
« Tu un pacchetto di sigarette. Scusa bellezza adesso devo proprio scappare, domani sera ci vediamo con calma e ne parliamo ».
Tornai a casa con il cuore a mille. Non vidi più quella ragazza sotto la redazione. Una settimana dopo, il tg locale riportava la notizia di una donna anziana arrestata per sfruttamento della prostituzione e di una ragazza di colore sgozzata. La polizia era stata avvisata dell’omicidio della prostituta da una telefonata anonima. I confidenti dissero che l’avevano ammazzata perché due giorni prima aveva coperto uno che si era infiltrato nel quartiere dove la tensione era già alta per via di un grosso quantitativo di droga in arrivo in quelle ore. Qualcuno aveva parlato. A casa della donna gli agenti avevano trovato una lettera senza la firma in cui il mittente s’informava se il Don del quartiere molestava ancora i ragazzini. Ero seduto alla mia scrivania mentre la tv passava le immagini del cortile, dell’androne, delle scale, degli appartamenti. Alzai la cornetta, chiamai una mia amica e le raccontai tutto. Non credette ad una sola parola. Invece tutto questo è successo veramente signori.



GIOISCO, MI ADDOLORO E TRASECOLO A DOMICILIO

Avevo la testa leggera come un palloncino, lo stomaco gorgogliava birra e whisky, il cuore che pompava a mille. Mi svegliai di soprassalto disteso sul fianco sinistro con le braccia conserte e gli anfibi ancora ai piedi. Mi alzai, mi preparai il caffè, lo bevvi, accesi una sigaretta. Il battito era ancora accelerato, erano le nove di sera. Da settimane c’era qualche cosa che non andava, che sfuggiva alla mia comprensione, riuscivo ad afferrare l’idea ma non potevo ancora fermarla sulla carta. Passavo le giornate a strimpellare la chitarra elettrica ma ero troppo svogliato per impegnarmi seriamente. Non scrivevo qualcosa di decente da settimane, per l’ennesima volta avevo lasciato il giornale fanculizzando tutti. Due pacchetti di sigarette al giorno, non si sa quante lattine di birra e tanta televisione. La birra in lattina è più buona di quella in bottiglia. I soldi erano finiti e anche le case editrici a cui inviare i miei racconti. Avevo deciso che dovevo semplicemente esistere. Prima di tutto capire che non ero tagliato per fare il giornalista(fatto), secondo poi capire che non avevo il talento necessario per fare lo scrittore (fatto), terzo trovare un lavoro vero.
Passai la notte in bianco, di mattina presto andai in edicola, comprai il giornale e cominciai a sfogliarlo. L’aria umida del mattino mi premeva contro il petto, le dita puzzavano di tabacco, sarei tornato di nuovo a letto.
Improvvisamente leggo un annuncio, anzi “l’annuncio”, e come sempre ecco arrivare dal nulla quel particolare che fa prendere alla mia giornata la solita piega strana. Alla voce “offro lavoro” c’è l’immagine di due mani che si stringono e sotto questo annuncio: « Battesimi, funerali, matrimoni? Chiamami! Gioisco, mi addoloro e trasecolo a domicilio. Trentenne di bella presenza, cultura, educato, mai inopportuno offre i seguenti servizi.
Devi battezzare tuo figlio, tuo nipote, il figlio di un amico o di un parente?
Chiamami, mi presenterò in chiesa in giacca e cravatta, batterò le mani al momento opportuno, intratterrò i parenti enumerando le qualità dei genitori del bimbo. La quota, molto ragionevole, può subire variazioni se il trattenimento si svolge fuori città.
È morto un parente, un amico, un qualunque congiunto?
Chiamami e sarò presente alla veglia funebre. Al funerale sarò inconsolabile, dipingerò il quadro dell’egregia vita del de cuius e leggerò i testi sacri mostrando commozione. Nei casi di prematura scomparsa, su richiesta, posso anche fingere un malore al momento della tumulazione.
Ti trovi in una situazione singolare? Sei senza parole? Non sai che pesci prendere? Hai bisogno di prendere tempo? Non trovi gli argomenti giusti per significare appieno il tuo stupore?
Chiamami: questa è la mia specialità! Vengo a trasecolare a domicilio, in ufficio, in palestra e ovunque tu abbia bisogno del mio appoggio. Possono parlare in tua difesa e, con l’esperienza di un attore consumato, sposo totalmente la causa. In totale empatia do voce al tuo pensiero anche con una semplice espressione del viso.
Hai rivisto dopo trent’anni una persona che si ripropone come se niente fosse? Hai a che fare con gente che ti comunica le cose più assurde con la stessa nonchalance con cui si dice “buongiorno”?
Chiamami! Posso trasecolare per giorni interi a prezzi ridicoli, posso fomentare parenti, amici, passanti, in modo che le tue ragioni diventino irrefutabili!
Per contatti, info, prezzi o se volete collaborare con noi contattateci allo…».
Chiamo e mi risponde una voce molto baritonale che mi chiede quanti anni ho, quante ore al giorno sono disponibile e quanto vorrei guadagnare. Rispondo che sono abituato a lavorare per 3 euro e 10 ad articolo quindi per 3 euro e 10 l’ora sono già disponibile a meno che non ci siano spese da sostenere. La voce mi dice che il compenso è di 5 euro l’ora per otto ore al giorno più un forfait per la benzina. L’appuntamento è per le 19, ho un’intera giornata da far passare. Ciondolo su e giù per il centro fino all’ora di pranzo osservando la gente, che spettacolo. Mangio un panino, bevo una birra in lattina, ricompro le sigarette e due biglietti dell’autobus: uno per continuare a fare su e giù per la città e osservare la gente, l’altro per andare all’appuntamento.
Alle 19 in punto suono al campanello dell’agenzia, non arrivo mai in ritardo ad un appuntamento. Alla porta compare un tipo dall’apparenza normalissima. Giacca, cravatta, non mi fissa mai in faccia. Nello studio ci sono un sacco di riviste, una fotocopiatrice, una parte attrezzata semivuota e un bagno che profuma di pulito. Accende il computer per farmi leggere le recensioni che i suoi clienti hanno lasciato su internet e con un occhio controlla la telecamera che dà sull’ingresso.
« Il primo servizio è per domani, devi andare ad un matrimonio, con te ci sarà Vera, è una tua collega. Vi vedrete domani alle otto davanti all’agenzia. Buon lavoro ».
L’indomani mi incontrai con Vera, durante il tragitto mi diede i ragguagli su quello che stavamo andando a fare. Lei era una rossa dai capelli mossi con un bel culo e un bel viso. Mi disse che era stato lo sposo ad ingaggiarci, arrivammo. A metà cerimonia ero sudatissimo, mi precipitai fuori dalla chiesa per fumare una sigaretta e prendere una boccata d’aria, dopotutto eravamo ad agosto. In realtà mi ero fatto tutta la funzione fuori ma all’ennesima occhiataccia di Vera dovetti rientrare. Avevo le mutande bagnate fradice, i calzini che mi rotolavano giù, le tasche dei pantaloni appiccicate alle gambe e un mal di testa della madonna.
Di mattina avevo preso 40 gocce di Novalgina ma la testa mi stava esplodendo. Me ne frego di Vera, esco di nuovo fuori e inizio a passeggiare sotto il pronao. Vera esce e mi fa « guarda che adesso dobbiamo entrare in azione e tra poco ci sarà un problema »
« Cioè? »
« Tra gli amici dello sposo ce n’è uno che va facilmente in escandescenze e quasi sicuramente esploderà prima che gli invitati siano arrivati al parcheggio. Mentre lui fa il matto tu devi cercare di calmarlo »
« Insomma sono una specie di guardia del corpo del buon nome dello sposo, non poteva evitare di invitarlo? »
« No, tutto quello che dobbiamo fare è mostrare molta classe, dobbiamo essere dei bravi attori, mostrare finezza e sorridere sempre. È questo che vuole lo sposo ed è questo che noi dobbiamo fare »
Vera aveva due deliziose fossette agli angoli della bocca e un leggero prognatismo che la rendeva interessante. Gli invitati cominciarono a scemare fuori dalla chiesa.
« Eccolo, accanto a lui ci sono due donne e un uomo grasso, lui è quello secco e con i capelli neri rasati. Andiamo. ». Ci avvicinammo, il grasso parlava con il secco.
« Che fai con quel fazzoletto? »
« C’è caldo, non sopporto il sudore che mi scola giù per la fronte »
« Ma dai non fare il duro, ti sei commosso »
« Mi sono commosso? Io mi sono commosso? Che cazzo me ne frega di commuovermi per uno che conosco a malapena. Io non mi commuovo nemmeno davanti a mia madre che muore, hai capito? »
La gente osservava. Vera gli disse di calmarsi guardandomi interdetta, io riuscivo soltanto a ridere. Nella concitazione a nessuno veniva in mente di chiedere chi fossimo.
Comunque, anche per fare bella figura con Vera, lo prendo per il braccio e gli dico che non è il caso di dare spettacolo.
« Ma tu chi sei! Chi sei tu! Ma stai zitto!, fate schifo, fatte tutti schifo! »
« Ascoltami, io non niente contro di te, tu non mi hai fatto niente ma io sono pagato per farti stare buono e ti giuro che se non di dai una calmata ti spacco la testa e ci piscio dentro »
Sono sempre stato sicuro dei miei mezzi e non ho mai avuto particolare bisogno di menare le mani ma di fronte alla follia ogni certezza si infrange. Ero riuscito a portarlo dietro l’angolo, appena fuori il perimetro della chiesa. A cinquanta centimetri dal perfetto sorriso di durata almeno trentennale cui andavano incontro gli sposi stava per scatenarsi l’inferno. Dopo 7 minuti eravamo tutti e due appoggiati al bancone del chiosco, lungo il viale alle spalle dell’arcivescovado. Io con la camicia strappata sul davanti, lui con la cravatta allentata e le mani tremanti. Mi ero rotolato a terra con quel pazzo che menava con la forza della pazzia. Non c’era un senso in quella rissa che era finita dopo il primo sguardo di lucidità scambiato mentre eravamo avvinghiati a terra. Bevemmo dell’acqua.
« Cos’è questa storia che sei stato assunto dallo sposo per farmi il cane da guardia? »
Gli dissi la verità, la camicia era strappata e valeva molto più del mio guadagno di un giorno, nessuno mi aveva detto che il tipo era un violento e non era il lavoro che faceva per me. Lo lasciai al chiosco inebetito. Vera era andata a pranzo con gli altri invitati, le telefonai e le dissi che me ne tornavo a casa.
L’indomani andai in ufficio, ad aspettarmi c’era proprio lei, mi diede la paga per un giorno di lavoro, mi avevano licenziato.
Ci frequentammo per un anno, io ricominciai a scrivere e a lavorare per il giornale. A Vera piaceva fare l’amore nella mia Citroen Ds. Non le chiedevo mai di raccontarmi le storie assurde che viveva facendo il suo lavoro assurdo. Ci lasciammo, non so neanche quanti anni avesse.


 


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