Racconti di Giovanna Mulas

 

IN QUEL DICEMBRE CHE DI DICEMBRE POCO AVEVA



 

    

 Si domandava, Leila, perché Gavina uscisse sempre, dico sempre, a quell’ ora della notte.
Precisamente alle 23.35.
Alle 00.55, Gavina faceva ritorno, in silenzio così com’era uscita.
Leila si domandava dove effettivamente andasse, cosa facesse, chi frequentasse. E la sua curiosità quasi si faceva morbosa, per come conosceva bene la compagna del corso d’università, in quel di Firenze ed in quel dicembre che di dicembre poco aveva, poco fiutava d’ inverno in verità.
Un solicello tiepido e vispo, infatti, dall’ inizio di ottobre aveva scaldato tetti e cuori degli italiani, interrotto brevemente da piogge insicure e temporali che, Gavina cincischiava preoccupata, - Nella mia Sardegna si fanno alluvioni-.
Però, Gavina amava l’acqua.
Rimaneva ore, a cantare nenje sotto la doccia. Leila se n’era accorta, preoccupandosene non poco. Dico, ore anche quando l’acqua da calda si faceva prima fredda, poi naturalmente gelida. E una doccia gelida, in un dicembre seppur scaldato da solicello allegro, non poteva rappresentare il massimo dei comfort.
Una mattina l’aveva scorta così, come si scorge un passerotto pallido e alla fame –Gavina tornava dalla Sardegna con forme di pecorino e ognibendiDio che ti raccomando. Eppure aveva l’appetito scarno di un uccellino da latte e biscotti secchi- affacciata al terrazzotto che dava, ad angolo, su Via di Selva Candida ed il viale dei Gigli. Nuda e magra, alta – forse stranamente troppo alta, per essere davvero sarda- i capelli lunghi sulle scapole sporgenti lasciati scorrere accarezzati dal vento, dalla pioggia noiosa, ritmica. Fissava, Gavina, un punto imprecisato della sua realtà, fissava il Dott. Cecco che, come ogni mattina alle cinque spaccate – e cascasse il mondo se oltrepassava di un solo minuto le cinque!- portava il suo pastore maremmano, paletta e scopina in pugno, a benedire pali e frasche.
Forse fissava il panettiere Angioino che a quell’ora staccava un attimo, una decina di minuti circa, per il terzo caffè della giornata; esattamente caffè e cornetto caldo, visto che l’ Angioino teneva origini romane. Il camioncino delle guardie giurate che passava e ripassava eppoi si fermava a prelevare dal Banco dei Paschi di Siena, mitra spianati a difendere i soldi dei poveri dai poveri, la polizia con le sirene spiegate o la signora Cinzia Martelli in Matteucci che rientrava (tic tac – tic tac) dalle sue scorribande notturne in minigonna, tacchi a spillo e parrucca rossa en pendant col rossetto sbavato.
O forse Gavina, semplicemente, fissava l’orizzonte ed il cielo oltre. Quel cielo di Sardegna così lontano forse, forse troppo. Si, certo. Doveva essere così. Ma perché fissarlo nuda in pieno inverno e con la pioggia a frusta?
L’aveva chiamata, quella mattina, Leila lo ricordava come fosse ieri.








-Gavina?-
-…Gavina?- ripetè più forte, rabbrividendo per il freddo.
-Vieni dentro, possono vederti, sei…sei nuda.-
E Gavina, come in trance, si voltò a guardarla.
E Leila fu attraversata da un brivido di orrore tale da paralizzarle tronco e nuca, da rizzarle i peli sul corpo. Fu un istante, un solo unico istante, però.
Gli occhi dell’ altra, La Creatura, l’avevano fissata di odio e dolore, un dolore d’abisso, neri, segnati, scuri, profondi e vuoti, vacui.
Ma Gavina, subito, tornò la ragazza di sempre.
-Entro subito. Avevo mal di testa, volevo prendere un po’ d’aria. Tutto qui. Non devi preoccuparti.-
-S…s…si- aveva mormorato l’altra, pensando che forse quegli occhi, quell’inferno, se l’aveva sognato, vista l’ora.


Ecco; proprio così era andata, quella mattina.
Dalla volta Leila aveva rinunciato a chiedere all’amica dove andasse e perché a quell’ora, chi frequentasse. Che sapeva di lei, dopo tutto? Che veniva dalla Sardegna, da che punto preciso non avrebbe saputo dirlo. Di una famiglia d’origine neanche l’ombra. Nessuna telefonata in due anni di corso, nessuna lettera, nessuna visita almeno sotto le feste comandate. Di fidanzati neanche a parlarne. Nebbia fitta, insomma. Leila aveva imparato ad accettare la sua amica così com’era, e forse com’è giusto che sia: senza passato da chiacchierare, solo vita da camminare assieme, ora e, si spera, domani.
L’ accettava coi suoi infiniti silenzi di mare e montagna, la discrezione, i suoi consigli solo se richiesti, mai una risata fuori luogo o forzata, la camera sempre in ordine, oggi pulisco io e va bene, domani cucino io e va bene; non preoccuparti: nessun disturbo.
No, nessuna domanda a Gavina.
Un oscuro presentimento avvertiva Leila che non doveva; che esisteva un confine che non andava valicato.
E così lasciava scorrere i giorni, e le notti, come dovevano scorrere, senza alcuna forzatura, senza porsi domande non porte seppure, suo malgrado, di Gavina cominciava ad avere timore. Non poteva definirlo terrore, questo no, ma lo sfiorava davvero da vicino. Evitava di frequentare la cucina la notte dopo le undici, ad esempio. Un paio di volte le era capitato di avvisare lo stimolo di urinare talmente forte da dormire coi crampi alla pancia. Ma niente, la resistenza era stata stoica. Così, all’alba, già due volte s’era dovuta cambiare, e lavare in silenzio, lenzuola e coperte.
Spesso la notte la coglieva una fame nervosa –aveva già sofferto di bulimia in età adolescenziale- indescrivibile ma tant’è; apriva il cassetto e le sigarette stavano lì ad aspettarla.
Era arrivata a fumarne due pacchetti, prima di addormentarsi.
















Ed oggi non era più tanto sicura che la presenza di Gavina nell’appartamento le stesse facendo così bene. Le dava nervosismo, terrore (almeno un pochino), insonnia, fame, fame e fame che non trovava sazietà. Anche gli studi cominciavano a risentire dello stato dei suoi nervi e Franco, il suo ragazzo da una vita (si sarebbero sposati a laurea presa, diceva da sette anni a questa parte. Lui avrebbe lavorato nell’azienda di tonno in scatola del padre, chiaramente come contabile, lei alla segreteria. Sarebbe diventata la segretaria di Tonno Padre e a lui avrebbe dato tanti - almeno tre o quattro- tonnini inscatolati e pronti a ereditare il patrimonio di famiglia.) la trovava
…come dire? Diversa. Si, sei diversa Leila…hai qualcosa…non so…anche il tuo aspetto sta cambiando…sei così…magra…non ti vedevo così da quando hai abortito, si. Oh, no, non piangere! Era necessario tesoro…gli studi, sai. Penso tu debba fare degli esami tesoro…ne ho parlato con tua madre ecco…pensiamo tu sia un poco esaurita, sai, gli studi…che ne dici?.
A Leila era scappato da ridere, ma quella che doveva sembrare una risata le era uscita con un suono roco, strano, un irripetibile graoooahhh ah! senza capo, né senso, né coda.
Dunque Leila non ce la faceva più. Aveva deciso che quella notte, o la va o la spacca, avrebbe saputo la verità su Gavina, se verità c’era. E se non c’era, meglio così; tutto avrebbe continuato a scorrere come prima.
Attese che arrivassero le 23. 30, prima di sguasciare fuori dalle coperte così come si era coricata tre ore prima, nella norma, dopo aver dato la buonanotte a Gavina e …scusami…sono molto stanca. Oggi non riesco a vedere la fine del film. A domattina.
Uscì da sotto le coperte chiaramente già vestita e pronta. Soltanto le scarpe da ginnastica –quelle prese dai cinesi in piazza Duomo- indossò, in un silenzio di tomba, trattenendo il respiro.
Fu quando sentì chiudere la porta d’ingresso che uscì dalla cameretta. Attese d’ udire anche lo scatto del portoncino dell’ascensore, e scappò lestra dall’appartamento.
Volò per le scale come il vento, piano, piano.
Ed eccola in strada seguire a distanza, accucciandosi tra muri e macchine in sosta, la figura sottile di Gavina, eccola infrattarsi dietro un lampione, una porta, l’ingresso illuminato a giorno di un night club.
Camminarono per tre ore circa tanto che Leila pensò più volte di desistere, di tornare in casa al sicuro, al caldo del suo letto e al cd di Louis Armstrong. Poi i lampioni presero a diradarsi, la strada a farsi prima acciottolato e ghiaia, poi semi asfalto di periferia, infine sentiero di campagna. Latrare di cani, urla di civette. Buio, troppo buio e freddo.
Scorreva il Fiù Nero, lì vicino. Scorreva il fiume, che in quel periodo dell’anno non poteva dirsi il massimo della sicurezza viste le ultime piogge e visto gli scarichi delle industrie ammassate più in alto, a valle.
Leila vide Gavina proseguire sicura tra i pioppi alti, carezzarne i tronchi, avvicinarvi il viso quasi a parlarci e forse, forse qualcosa davvero sussurrava ( a chi o cosa e chi o cosa le rispondeva?) ma da lì, accidenti, da quella distanza poco o niente poteva distinguere.
Gavina raggiunse la riva del Fiù Nero e lì, Leila, vide.
Strabuzzò gli occhi, vide. E udì.













Altre donne c’erano lungo la riva. Sei o sette avrebbe potuto contarne.
Nude e bianche, disposte in fila, magre e spettrali, i lunghi capelli di fili di stoppia lungo le scapole e i seni secchi, senza vita né latte. Urlavano, le streghe, urlavano alla luna e le nebbie una nenja che canto doveva essere e nel fluttuare delle acque si perdeva, tra le nebbie appariva, e scompariva. E battevano dei panni con ossa di morto, li battevano e li battevano ancora, a ritmo di urlo, instancabili, smunte, vuote d’anima.
Gavina levò gli abiti, le raggiunse sulla riva e , a loro, si unì. Il canto si fece forte, più forte l’ululato a nebbie e luna.
E il canto, un istante, un attimo, chetò. Gli occhi, quei fossi neri, tutti, puntarono in direzione di Leila. I fumi della nebbia s’allungarono a rivestire, sudario, ogni ombra.
Fu quando la luna si scoprì interamente dalle nebbie che la ragazza non le vide più.
In qualunque direzione guardasse, loro, gli spettri, non c’erano.
Un rivolo di sudore ghiacciato le percorse la schiena. Poi un grido, un altro, un altro ancora, nel buio.
Leila avvisò il battito del cuore farsi stranamente lento, imperturbabile nonostante l’orrore.
Leila
Leilaaaaaaaaaaaaaa
Vieniiiiiiiiii
Lei laaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!!!!!.
Leila, in silenzio, si spogliò degli abiti.
Tolse le scarpe e non avvisò il freddo
Non avvisò l’orrore
Puntò i pioppi
Leilaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa
Ne carezzò i tronchi
Fregò i capezzoli e il pube su foglie e sporgenze
Lei Laaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!!!!!!!!!!!!!
Puntò gli occhi alle acque e vide, nel buio e le nebbie le vide, ancora
Gavina a braccia aperte, ad aspettare
Leilaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa
Le unghie come artigli e gli occhi di pozzo e d’inferno
E Leila raggiunse le Panas* lì, sul ruscello
E alle sorelle, si dice, finalmente si unì.
Si dice che ancora, la notte e tra i pioppi, le nebbie e la luna, se ne senta il canto.




PANAS: Chi erano
Secondo la tradizione popolare sarda erano donne morte di parto che tornavano temporaneamente fra i mortali con le stesse sembianze che avevano da vive.
Essendo morte in un momento particolare della loro esistenza (considerato "impuro"), erano condannate a lavare i panni della loro creatura per un tempo che variava dai due ai sette anni.








Come agivano
Le panas potevano essere scorte lungo i ruscelli posti ai crocevia, fra l'una e le tre del mattino, mentre lavavano e cantavano una tristissima ninna-nanna. La loro condanna implicava l'assoluto divieto di parlare o di interrompere il lavoro: se questo accadeva, esse dovevano ricominciare daccapo il tempo della penitenza.
Pertanto, se venivano disturbate da qualcuno mentre erano intente a lavare, le panas si vendicavano spruzzandogli addosso acqua, che però bruciava come fuoco.
Curiosità
· In Gallura le donne morte di parto prendevano il nome di "paltuggiane".
· Spesso le macchie sul viso, soprattutto di giovani donne, venivano spiegate come una vendetta delle panas disturbate.
 

Le opere sono tratte dal libro Racconti fantastici, d'amore e di morte,

edito da El Taller Del Poeta, Galicia, Spagna, 2007
 

www.giovannamulas.it
 





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