Racconti di Roberto Salvaggio

L'eterna sostanza



 

 

   

Nuvola col becco, tira la cordicella. Fumo dalla bocca. Lavoro, pausa. A casa il sole entrava lieve e le tende proteggevano loro due. Lui e lei, distesa sul divano bianco, a guardare libri, quadri.
Riservato lui, riservata lei. Gli piaceva guardare i vicini col binocolo, non parlava mai di ciò che guardava ma ne era molto affascinato. Lei non aveva voluto telefono di casa o cellulare e non avevano parenti in città. Lui a lavoro, sulle nuvole, col fumo che usciva, a far compere.
Tornava da lavoro al tramonto, niente di pesante, seduto e seduto davanti ad un monitor e poi sentiva il sussurro di fine giornata. Tornava a piedi a casa, poco distante dall’ufficio. Passava sempre dalla grande villa abbandonata piena di verde e erbaccia, rottami, sporcizia.
Lei aveva da mesi iniziano il suo cammino. La pancia tonda e colorita. Qualche movimento, vita e futuro. Il parto a casa, non facile e sereno. Nessuno sapeva della loro “sorpresa”. Una gravidanza nascosta, anche loro non parlavano mai di ciò. Era stato quasi un miracolo visto che lui non era poi così fertile. Tradimento o no, il bambino usciva. Maschio, piccolo e umido.
Una pietra in viso e un sangue caldo che scendeva dappertutto.
Lo buttarono nel giardino e poiché nessuno guardava mai lì in mezzo, il bambino concimò il terreno, fertile come il miracolo e guardando senza occhi le nuvole e le stelle notturne il bambino sparì.
Le mele provenienti dalle ossa del bambino erano rosse sangue e splendide, lucide. L’albero cresceva e perfettamente, senza essere ostacolato da altre piante.
Lui tornava sempre da lavoro al tramonto, con la luce che illuminava e colorava la strada, la grande villa. Prendeva ogni giorno due mele. A casa una lui ed una lei sdraiata sul divano bianco che pian piano si impregnava del sangue che dalla mela scolava. Un sangue caldo e maschio e colorava le nuvole. Il fumo mai più usciva.

 

     

          






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