Racconti di Alfredo Sansone

Una vita troppo stretta



 

 

   

L’uomo alto dai capelli brizzolati si era lasciato alle spalle via Monte di Dio e scendeva verso piazza del Plebiscito. Il piccolo salice piangente sulla cima della salita non aveva un aspetto particolarmente triste, a differenza dell’uomo.
La vita spesso diventava una questione estremamente complicata. Una di quelle questioni con le quali era meglio non mischiarsi. Questo pensava Enzo Palumbo mentre fiancheggiava la fontana con il carciofo, al centro di piazza Trieste e Trento, con una birra in mano, diretto verso i Quartieri spagnoli. Verso casa.
A guardarlo, così alto e serio dietro i suoi occhiali da sole, si sarebbe detto un tipo maledettamente sicuro di sé. Tuttavia ultimamente non riusciva ad afferrare il senso delle cose. Aveva fatto quel lavoro per anni, ma adesso non ne poteva più. I suoi contatti continuavano a proporgli incarichi ed era stata dura sottrarsi al guadagno facile una volta che ci si era abituato. Inoltre, quello di Palumbo, più che un lavoro era un arte. Non aveva mai avuto bisogno di impegnarsi molto, gli veniva naturale, era una cosa automatica, come camminare, pisciare o parlare.
La storia cominciò perché da giovane tutto aveva iniziato a stargli troppo stretto, la vita gli stava stretta, la città gli stava stretta. Era costretto a stringersi sempre, tra le auto parcheggiate in seconda fila o nei vicoletti affollati dei Quartieri. Doveva stringersi aspettando il turno alla posta centrale e sulla metropolitana all’ora di punta, alla Pignasecca e nella calca del passeggio di via Roma…
Così aveva iniziato quella carriera tanto assurda, ma tanto fruttuosa. Principalmente per accumulare denaro e andarsene a vivere in un posto più tranquillo. Tuttavia gli impegni presi, i contatti sempre in crescita, la carriera, l’avevano immobilizzato lì.
Inizialmente si sentiva realizzato, aveva soldi, rispetto e donne. Ma negli ultimi tempi niente pareva più avere senso. A cinquantasei anni suonati il fisico non era più quello di una volta, e nella vita non aveva mai avuto abbastanza tempo per farsi una famiglia. Era anche per questo che Palumbo aveva preso una decisione. Aveva deciso di piantare tutto, anche se gli incarichi e i soldi gli piovevano addosso come un acquazzone invernale.
Solo che non era affatto facile farla finita. Si sentiva perseguitato. Un tempo era stato il migliore nel suo campo e adesso, che aveva deciso di smettere, non riusciva a tirarsene fuori. Per porre fine alla faccenda doveva portare a termine un ultimo compito. E non era certo cosa facile. Comunque sia, sentiva che doveva farlo.
Lasciò via Roma. Imboccò uno di quei piccoli vicoletti che aveva sempre odiato e si tranquillizzò nel vedere che fortuna-tamente il vicolo era deserto.
Prese la salita e si diresse a passo lento verso casa. Non c’era motivo di affrettare le cose, avrebbe in ogni caso risolto il problema, niente poteva impedirglielo.
Intanto osservava l’asfalto scorrere sotto i suoi piedi, mentre prendeva grandi sorsi dalla bottiglia di birra che aveva tra le mani. Il rombo dei motorini che sfrecciavano per i Quartieri si insinuava nel suo cervello come un pensiero ossessivo. Palumbo odiava quel rumore, quel rantolo così vacuamente ripetitivo. L’odiava come odiava il segno del rossetto sulle cicche di sigaretta, come odiava le caramelle Rossana, quelle che gli offrivano sempre a casa di zii e parenti vari quando era piccolo.
La questione era che Palumbo odiava facilmente molte cose.
Ad un tratto uno di quegli insopportabili rantoli metallici si fece sempre più fastidiosamente vicino, finché il motorino non sfrecciò di fianco all’uomo. Egli lo vide allontanarsi cacciando fuori fumo come la ciminiera di una fottuta fabbrica di fertilizzanti chimici. A quel punto il ragazzino alla guida del mezzo inchiodò i freni e girò il motociclo. Poi accelerò di colpo e andò a frenare in faccia all’uomo alto dai capelli brizzolati.
“Vecchio!” esordì il ragazzo, “dammi tutto quello che tieni addosso senza fare storie e vedi che non ti succede niente…”
Palumbo osservò il ragazzino senza aprire bocca. Il sole se n’era andato da un po’ ma lui aveva ancora su gli occhiali scuri. Non li toglieva mai.
“Hai sentito o no? Forza, caccia portafogli e telefonino!”
Non ci voleva, pensò l’uomo. Cerca di non perdere il controllo, si disse, cerca di restare calmo… asseconda.
Il ragazzo era ancora per metà appoggiato al mezzo e si pro-tendeva in avanti con la faccia più minacciosa che riusciva a tirar fuori. Era molto magro e le vene, verdi e gonfie, spor-gevano avvolgendogli le braccia come corde.
“E tu vorresti fare ’sta cosa qui, a quest’ora? Con ancora la luce del giorno?” disse Palumbo.
Il ragazzo lo guardò come se avesse parlato in un’altra lingua, poi disse: “Certo!”
“Ne sei proprio sicuro? Nei paraggi c’è gente e il commissa-riato di polizia è a duecento metri da qui.”
“Ma a te che cazzo te ne fotte? Muoviti o ti sparo in faccia!” disse il ragazzino tirando fuori dai jeans una piccola semiautomatica nera.
“Ok, ok,” fece Palumbo. “Se tu stai calmo e io sto calmo, vedi che non succede niente a nessuno dei due.”
Il ragazzo sfoggiò un sorriso scomposto, poi divenne serio e prese ad agitare la pistola sotto il naso dell’altro, mentre con la mano sinistra gli strappò via la birra. Vuotò la bottiglia e poi l’appoggiò a terra evitando che si rompesse, per non far rumore. A questo punto tornò a puntare l’arma con più convinzione verso l’uomo. Questo cacciò il portafogli, ne tirò fuori una mazzetta di banconote e le porse al giovane rapinatore.
“Voglio anche il telefonino, fai presto!” fece il ragazzo afferrando i soldi.
“Non ho un telefonino,” rispose Palumbo con estrema calma.
“Non dire stronzate, tutti hanno il telefonino!”
“Io odio i cellulari e la gente mi chiama a casa, quindi non ce l’ho. Ok?”
“Senti stronzo, sto perdendo la pazienza…” Il ragazzo in un attimo lasciò il motorino e iniziò a perquisire l’uomo. Gli frugò rapidamente nelle tasche della giacca e del pantalone, ma non trovò nulla.
“Ok,” disse, “Allora dammi gli occhiali!”
“Questi non posso darteli…”
“Non fare il coglione, credi che scherzo? Credi che non ho le palle di sparare?” Il ragazzino, dietro la sua semiautomatica, diventava sempre più nervoso.
Cerca di stare calmo, si ripeteva l’uomo alto dai capelli brizzolati, tra poco raggiungerai casa e risolverai tutto.
Intanto il ragazzo protendeva il braccio con l’arma sempre più vicino al volto dell’uomo. Entrambi rimasero immobili per un secondo. Poi il ragazzino si fece avanti e gli sfilò gli occhiali, scoprendo un’enorme cicatrice che dalla fronte at-traversava l’occhio destro come una cerniera lampo. L’uomo vide l’espressione tanto sorpresa quanto disgustata del ragazzo e fu in quel preciso attimo che Enzo Palumbo perse del tutto il controllo.
“Ora hai esagerato,” disse.
Si spostò lateralmente, sottraendosi all’arma puntata, afferrò velocemente a due mani la testa del ragazzo e con un gesto secco, rapido come la lingua della rana che cattura la mosca, impresse una rotazione di 180 gradi al collo del rapinatore. Il tutto sembrò durare all’uomo interi minuti, ma per il ragazzo fu giusto un istante. L’istante successivo era a terra, immobile. Morto.
“Fanculo!” disse Palumbo sottovoce.
Era particolarmente suscettibile riguardo quella ferita. Ri-saliva a un incidente ovviamente legato al suo mestiere. Tuttavia era inutile cercare giustificazioni. Non era riuscito a trattenersi come avrebbe voluto, a stare calmo, a lasciar cor-rere.
E anche quella volta Enzo Palumbo si era rivelato per ciò che era in realtà. Un killer. Un sicario. Un assassino a pagamento, il migliore in circolazione fino a una decina d’anni prima. L’istinto omicida ce l’aveva sempre avuto, faceva quel mestiere da quando aveva appena vent’anni. E ormai era impossibile sfuggire a quella che era la sua vera natura.
Per questo, ora come non mai, egli era completamente certo della sua scelta. Non avrebbe ucciso più nessuno. Doveva soltanto tornare a casa e portare a termine l’ultimo compito.
L’occhio celeste, l’unico che gli era rimasto, era fermo e determinato. L’uomo raccolse gli occhiali scuri, che il ragazzo a terra stringeva ancora in una mano, se li infilò e riprese a camminare. S’era alzato il vento e il ritmo dei passi era accompagnato dal ritmo del suo battito cardiaco che accelerava. Mentre lentamente scendeva la sera, l’uomo rifletté sul fatto che aveva scelto di fare il giro largo per tornare a casa. Aveva allungato la strada di proposito per evitare i vicoli che tanto odiava, e solo per questo aveva incontrato quel rapinatore troppo giovane e troppo magro.
Palumbo si rese conto che gran parte della sua vita era stata condizionata da quel suo fastidio per i luoghi stretti. Ma ormai non aveva più importanza, perché era giunto nei pressi di casa.
Una volta dinanzi al portone del palazzo si sentì stranamente calmo. Forse non era calma, ma soltanto stanchezza. Quella tipica stanchezza quasi piacevole che ti si attacca addosso dopo una giornata faticosa, quella che ti fa apprezzare di più il momento in cui ti metti finalmente a letto. Probabilmente la signora che abitava nel basso al piano terra stava friggendo le melanzane per la cena; Palumbo ne sentì l’odore mentre inseriva la chiave nella serratura e la faceva ruotare piano.
Entrò, salì le scale con la consueta lentezza e una volta varcata la soglia di casa ripose con cura gli occhiali scuri nella custodia rigida. Prese un bicchiere d’acqua, poi si diresse in salotto e vide la corda poggiata sul divano. La prese e controllò il nodo, poi salì su una logora scala di legno e assicurò la corda al lampadario.
A quel punto infilò la testa nel cappio e chiuse gli occhi. Poi sollevò il piede destro e diede un calcio alla scala.

La signora del basso sottostante, intenta a cucinare, sentì un forte tonfo provenire dall’alto, alzò gli occhi al soffitto e bestemmiò in silenzio. Fuori tutto taceva, si poteva sentire soltanto l’odore delle melanzane che friggevano e il rumore di una bottiglia di birra vuota, che lasciava i Quartieri rotolando sull’asfalto.
 

     

          






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