Racconti di Grazia Maria Scardaci


ANDRA AUSBERG


 

    



Majef, un archeologo israeliano, racconta la storia di una donna non comune, della donna della sua vita: la storia di Andra Ausberg.
Il suo nome non esaltava la genialità critica che possedeva e, racchiusa dentro la stanza dove abitava, non conosceva il mondo; pertanto non se ne meravigliava.
Osservava i muri della sua stanza, ne intuiva la tinta che un giorno le era appartenuta, contava i mattoni senza malta e li proporzionava al numero di mattoni coperti e cementati; amava elaborare un algoritmo per scoprire che quel seminterrato, posto in un qualche sconosciuto edificio situato in una parte qualsiasi del mondo, sarebbe potuto presto crollare: la sua presenza neanche allora si sarebbe scoperta.
Andra era nata in una prigione fatta di mattoni, senza sbarre alle finestre, figlia d’una donna disabile, con ritardo mentale, imprigionata da un nonno – forse padre – padrone; il suo mondo non cominciava e la sua vita non aveva ancora preso inizio.

Andra, racconta Majef, era discreta e le sue mani sul viso e poi sui capelli incolti raccontavano di se con precisione attraverso un linguaggio misto a gesti e vaghe parole; lei narrava della sua vita in un tempo incerto ma che rappresentava fatti e soluzioni di natura ormai passata.

Intuiva il ruotare ciclico del tempo dalla temperatura dei mattoni che la separavano dagli esterni e dai luoghi che avrebbe voluto conoscere; il contatto con la sua mano era il termometro delle stagioni ed i fori, svariatamente disposti, frutto di uno stabile decaduto, offrivano sprazzi di luce e attimi di contatto con la vita. Neanche la madre usciva dal bugigattolo ma le raccontava d'alberi fioriti, di terra gialla e di un sole che era come un’arancia pallida.
Probabilmente Leo ricordava tutto ciò in una visione lontana del mondo quando qualcuno la faceva uscire e riusciva a percepire così nitidamente le differenze fra i colori del mondo da essere talvolta pignola e testarda sulla gradazione da attribuire alle entità di un universo sconosciuto alla piccola Andra e pertanto difficilmente riproducibile. Leo, la mamma, non parlava bene ma Andra non parlava affatto: i disegni della madre raccontavano la vita, il mondo insolito e sconosciuto fatto di silenzi e di gocce d’acqua che cadono giù dal tetto e s’installano sul pavimento come base d’una piramide d’emozioni, difficili da spiegare ed estremamente corrosivi per l’animo.
Andra, con pause distanti, rifletteva sempre su ogni parola che diceva a Majef quand’era bambino; pensava di raccontare di sé affinché un giorno lui avrebbe conosciuto prima sé stesso e poi parlato della vita di sua madre; lei gli narrava “d'essere cresciuta come una bambola per Leo: un giorno il vecchio, durante il pranzo, le disse che il suo nome doveva essere Alba, scelto forse da quella che fu la moglie, la nonna o l’altra prigioniera di quella casa che l’aveva cresciuta sino al giungere della sua reclusione. Leo la chiamò Andra e per lei andava bene: circa il cognome non lo seppe mai da nessuno ma lo ricavò un giorno di Maggio, qualche anno prima della sua morte, da un certificato di scarcerazione che le consegnarono.
Prima di finire il suo percorso di vita aveva guadagnato la sua identità.
Il racconto di Majef prosegue convulso ma con convinzione: “Il vecchio si chiamava Ausberg e si dedusse che quello era il suo cognome: lo seppe a vent'anni chi era e come si chiamava, solo quando una mattina non vide ne sentì nessuno intorno a sé; nulla di umano ma solo un assordante silenzio.
Quella mattina, incerta salì le scale della sua libertà e trovò una violenta luce a sfondare la porta: accecata ed impaurita vide due corpi senza vita lì davanti: il vecchio e Leo.
Mia madre, racconta Majef, rimase a piangere due giorni su sua madre e nemmeno un grugnito per il vecchio: solo lacrime e non parole e solo al terzo giorno un contadino, amico del vecchio, avvisò le guardie della sua presenza alla fattoria del vecchio Ausberg. L’altra prigioniera, la moglie del vecchio, era scomparsa senza lasciare ombre su di sé e sulla vita di quella fattoria. La cercarono ma, dedussero, che fosse stata uccisa anche lei, magari in un luogo diverso; non la trovarono mai più.
La portarono via, fra forzature d’ogni genere, ed impaurita urlava solo “Andra”, la chiave di un linguaggio unico ed universale che attraversava i simboli, i concetti e trafiggeva le parole. Andra era la sua parola magica, la sola lettura del mondo ma la mancanza di risposte e la sua incapacità di capire cosa stesse succedendo, indusse le guardie a credere che lei fosse stata un’assassina.
In tribunale il giudice invocò forte “Andra, parente del vecchio Ausberg” a voce alta e per la prima volta: lei andò in giudizio...

Majef piange, si raccoglie i pugni in petto come un bambino in difesa; poi, asciugato il viso e ravviato i capelli, ricomincia il suo racconto con l’ausilio nuovo di una gestualità, simile a quella che doveva essere della madre e che accompagnava il racconto.

Lei sentì quel giorno un dolore cogliere il volto e raschiar la gola per la paura: la sua voce, incerta e sconosciuta ricercava una via d’uscita quasi come un fiume che prova a defluire verso un suo emissario. La voce cupa ed arrendevole lasciava il suo manifestarsi a mani sempre più ansiose e densamente tremanti e il suo corpo divenne tormento per la stessa anima.
I suoi pensieri defluivano a fatica dalla mente: era stata condannata per qualcosa che non sapeva, per un crimine che non avrebbe mai potuto commettere verso quella donna, ritardata e malmenata che era stata sua madre.
Il suo volto era divenuto come una maschera, privo d’espressione e rigido nei movimenti, non era possibile percepire il suo sorriso perché il volto appariva orrendamente deformato: si era bloccato in quella espressione, l’ultima nel suo e nell’altrui giudizio. Per una mai nata ufficialmente non era un mistero vivere relegata nella prigione del proprio cuore ma per una prigioniera, incapace di parlare e adesso anche paralizzata al viso la vita potrebbe assumere risvolti imprevedibili.
Misto fra la pietà e la commozione un educatore carcerario che prestava servizio al Penthail, un carcere misto sistemato per aree intorno a Gerusalemme, da qualche mese l’andava a trovare con una certa frequenza, provando in ogni modo a comunicare con lei, insegnandole una lingua strana fatta di segni e gesti usuali.
Parlavano già con poche sconnesse azioni quando si decise che era il momento che conoscesse il suo viso. Sembrava assurdo, ma non si conosceva: il suo volto, le sue caratteristiche cominciavano e finivano nel viso degli altri.
Era importante ciò che lei vedeva in loro, nei loro occhi, nella loro sete di sapere cos’era – forse un misto fra una donna ed una scimmia – ma i suoi occhi non li conosceva e lo specchio che Arturo le pose aprì un nuovo passaggio fra lei e il mondo esterno.
E’ opinione comune che l’impossibilità di comunicare attraverso le parole può o deve in ogni modo equivalere all’essere privi di sentimento e di ragione. Andra viveva da internata perché non aveva l’uso di un qualsiasi idioma che rappresentasse lei e la sua stessa vita: non veniva capita e sovente si cercava di non capire le sue richieste.

Majef si ferma a riflettere, quasi a giudicare se fosse opportuno o meno raccontare una tassello della vita di sua madre. Riprende fiato e decide di continuare il suo racconto e per rendere più facile la narrazione legge a voce alta una pagina del diario di Andra, scritto da Arturo, sotto la sua dettatura gestuale.

“Prendermi sessualmente non era niente, era meno che niente, non sentivo ciò che si dimenavano a fare e dopo le prime ribellioni mi mettevo lì mansueta ed aspettavo che finisse: in quei momenti sarei voluta essere anche sorda per non sentire un ansante flusso che si rivolgeva al mio collo, che cambiava d’intensità e quando il grido del boia s’alzava, alla fine, potevo dire che per quel giorno avevo finito il compito per cui ero nata, per lo sfogo del vecchio Ausberg e adesso per molte guardie carcerarie del reparto maschile situato proprio di fronte alla mia cella.
Mi tranquillizzava non essere preda preferita, poiché lo stesso destino toccava noi tutte e con la medesima frequenza. Ad eccezione di Ariel, palestinese; a lei toccava due volte il giorno – porci ed anche razzisti, non mancava nulla. Guine era africana e si faceva d’eroina per non sentire forte il dolore provocato dalla rabbia; tutte eravamo fogli di carta, scommesse perse di cui non valeva più neanche la matrice. Numerosi erano gli aborti clandestini effettuati dal medico d’ambulatorio della prigione ed io avevo già abortito cinque volte quando decisero di lasciarmi stare”.
Arturo, con i suoi strani segni, marcava me ed i miei modi di fare, curvava le mani in alto e mi diceva che aveva capito, computava una frase per me ed io non ne comprendevo il senso.
“Non l'oggi mi può giustificare e chiarire chi sono...” di Whitman: era quella frase che per sei anni e nove mesi segnò lento il passaggio della giovinezza ed affrontando quello specchio penso d’avvicinarmi al suo reale significato.
Arturo aveva una cultura anglo-americana e se fosse stato scoperto avrebbe determinato, nel nostro Paese, la sua stessa fine. “Non si perdona ad un figlio eletto la scelta del peccato.”

Il figlio, Majef, afferra le perle, le guarda e ricorda che…

Riposte le sue perle, Andra si agganciò alla sua nuova vita. Ogni perla una lacrima, ogni laccio un pensiero ed Arturo, il suo compagno, che temeva la vita gliela fece scoprire con segni e nuove parole mal articolate che esprimevano la sua stessa esistenza.
Quella collana le era stata donata da Arturo come segno d’amore, era appartenuta a sua madre, scomparsa ormai da molti anni; quella donna lo aveva cresciuto per bene, gli aveva insegnato a vivere e a guardare il cuore delle donne, non il loro aspetto.
Lo specchio per primo glielo pose lui e non vide riflessa ciò che realmente era, una donna semiparalizzata, scomposta e sudicia d’aspetto ma solo due occhi neri e profondi come gli abissi dove riposarono i relitti e come questi faceva anche lei proliferare il rasticol sulla sua pelle e non avvertiva l’interiorità eterna e profonda che totalmente deperiva.
Non si chiese mai perché l’aveva amata e cosa di profondo li aveva uniti ma la passione e l’amore l’aveva provato solo con lui: comunicavano con segni ed espressioni diverse, erano solo loro due su di un piano obliquo ed insieme incontrarono per strada l’amore.
La storia della storpia divenne favola e poi leggenda e quando un tempo ormai lontano vide la sua rinascita alla vita, tutti la conoscevano già e lo specchio, la sua arma, era divenuto il mezzo ed il riflesso d’un intero popolo.
Majef s’illumina…
Combatterono con Arturo insieme; la guerra alla povertà, non cedettero alla necessaria voglia di proteggersi durante il conflitto dei sei giorni e, nel 1967, in prima linea, Andra Ausberg, una storpia, seppe tenere alto l’orgoglio d’un popolo che non l’aveva mai vista nascere e a cui formalmente non era mai appartenuta.
Munita dello specchio, volto del suo futuro, dell’intraprendenza di una donna in ricerca della sua rivalsa, Andra partecipò alla guerra preventiva contro i paesi arabi, Egitto Siria e Giordania, come combattente donna con l’aiuto e la spinta del suo Arturo.
Insieme nella vita e nella morte, alla ricerca d’una dignità e d’una dimensione mai trovata. Si può essere eroi per la sola ragione di nascere; Andra era una vincente per la ragione d’aver resistito, sposato una causa ed un uomo e divenuta autentica persona.
Majef legge con orgoglio l’ultima lettera dettata da Andra alla sua compagna di trincea che ben conosceva la metrica delle sue mani; una lettera che lacera il cuore e che lei aveva spedito a se stessa in un grigio mattino d’inverno, quando il suo destino aveva preso nuovamente un’altra piega.

Lettere dal solco
In molti angoli di mondo la gente si sfiora ma non si capisce, nel mio, insieme ad Arturo anche senza toccarsi si riesce ugualmente a percepire l’uno le sensazioni dell’altro. E’ un percorso lungo e difficile che si ottiene dopo anni di convivenza non solo fisica ma spirituale, morale, lievemente ascetica.
Nata castana di capelli e scura di carnagione ero brutta, illegittima, figlia d’un incesto ma pur sempre una persona; la morte del vecchio Ausberg mi aveva dato la vita, il gioco infantile di mia madre diveniva la pittura del mio mondo fantastico, Arturo aveva letto in me l’illeggibile regalandomi se stesso, il carcere mi aveva resa dura e insensibile, semi paralizzata ma adesso che non trovo il mio profilo nella storia, il perché della mia nascita, trovo un motivo per vivere.
Nascosta dietro il solco di terra che mi protegge e mi nasconde mi sento come a casa, non soffro come le altre volontarie, qui su questo fronte israeliano; riallaccio i bottoni della mia marsina e non sento freddo, non provo neanche a piangere per l’uccisione del mio Arturo ancora steso accanto a me; è folgorato da una bomba e non riesco a percepire la divisione fra noi due, eravamo una cosa sola e solo adesso comprendo.
Uccidendo lui hanno colpito me e, quando si è già morti, si può anche uscire dal solco ed andare incontro al nemico: nessuna arma può ferire, nessuna bomba uccidere.
Proprio adesso mi alzo contro il mio destino.
Come mai sarei riuscita nella mia vita a fare, mi tengono ancorata alla terra e la polvere che mi attraversa il collo per scendere giù sino alle mie intime femminilità non serve a scuotermi ma solo a farmi riflettere che Andra la bastarda di un vecchio sadico, nata per il piacere di uno squallido, voleva adesso riavviare la via della sua vita e divenire eroe solo per un giorno.
La voce di Arturo la sentivo nel mio cuore e mi diceva d’aspettare e di non espormi; nell’infantile gioco mia madre mi avrebbe disegnato un fucile e avrebbe scritto sopra boom dicendo “non si fa!” ma io, Andra abbraccio il fucile, provo ad odiare tutti come odiavo il vecchio Ausberg e mi rivolgo verso il nemico fra voci sommesse e preghiere imploranti di fermarmi.
Attraverso la sterpaglia e mi infilo sotto un recinto, sparo senza pensare, uccido senza capire e escludendo l’udito dal mio comprendere e mi fermo solo dietro un vagito di bimbo attaccato ancora al seno della madre. Ero divenuta l’assassina che avevano indicato in me molti anni prima, ma il mio debito inesistente era stato già pagato e le vittime reali dello strazio eravamo io e quel neonato ferito.
Vittime della guerra, della fame, dell’assurdità di vivere e dell’assurdità di morire ed il mio cammino doveva, mio malgrado, continuare con quel neonato per compagno, chiudere un nuovo capitolo e rientrare nella vita di qualcun altro.
Così feci: assunsi l’identità di sua madre, rubai i pochi averi di quella donna ed il suo velo mi avrebbe fatto ricominciare. Diventai madre d’un figlio non avuto dal mio corpo ma d’un uomo che un giorno avrebbe reso grande il mio nome. Vestì panni mussulmani, cambiai modi e maniere d’esistere: per amore divenni giordana.
Con Israele nel cuore e la Giordania come Patria trovai l’equilibrio che cercavo: l’ago della bilancia era Majef, il migliore fra i bambini, il meglio di me.

Majef depone la lettera; dietro quel velo si è nascosta l’anima e il cuore d’una donna che per un solo attimo è stata capace di odiare il mondo intero ma che per il resto della sua vita è stata capace di donare tutto l’amore possibile, quello che lei avrebbe desiderato avere e che Arturo in qualche misura era stato capace di donarle.
Il figlio non ha mai odiato l’assassina della sua vera madre; vittima della stessa efferatezza Andra aveva sofferto e poi donato con tutto l’amore che una donna può dare, con tutta la pietà che un figlio impara da sua madre ad avere.
Majef è orgoglioso di sua madre, chiama nel suo cuore Arturo padre e dalla sua finestra intravede, ogni giorno, l’ultima dimora della sua grande donna.
Circondata dalla pietra bianca porta l’incisione “Andra Ausberg: per guerra e amore. Sempre”
La storia di Majef, suo figlio, deve essere ancora raccontata e Andra, sua figlia, comincia a prenderne già nota.

 



HOME PAGE

 


Cynegi Network


Cynegi Network



Cynegi Network