ALTRI LIBRI
Recensioni di libri di scrittori emergenti
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Edizioni Ila Palma, Palermo/ São Paulo Luglio 2003 ISBN 88-770-44-993 - Pagg. 168 - Prezzo 13.00 In copertina: stampino pubblicitario in ottone del primo novecento (collezione Sellerio, Palermo) |
| Un luogo: Vallebianca,
borgata immaginaria di una città del sud, è il filo
conduttore della raccolta Spremute di Limone; trait
d'union e al tempo stesso cornice dei trentacinque
racconti, che partendo dai giorni nostri fino ad arrivare
ai primi del novecento, ne tratteggiano con sapiente
ironia le peculiarità socio culturali. Circondata dal verde dei limoneti, si dipana l'esistenza di Saro e Giovanna. I coniugi, presentati in uno dei primi racconti come"supervecchi" contenti della loro età "perché vuol dire che non siamo morti giovani", in qualche modo più o meno diretto sono i protagonisti dell'intera raccolta. Le loro vicende si intrecciano in un carosello di situazioni sempre efficacemente delineate in chiave satirica, a quelle di personaggi unici: Bastiano, il ragazzo disadattato, che sfuggito al manicomio trova rifugio e solidarietà sotto un pezzo di lamiera al mercato delle Pulci; Tano, debole di mente, guarito grazie alla misteriosa sparizione di un orologio; Agatina curata da uno strano mago sotto le cui mentite spoglie si nasconde l'imprevedibile dottor Mangiacavallo e tanti altri ancora. Negli ultimi racconti, ambientati in una Vallebianca del passato legata ancora alla coltivazione degli agrumi nell'ex Conca d'oro, lo stile asciutto dell'autrice, forse anche in relazione ai suoi ricordi d'infanzia, si colora di una vena nostalgica che aggiunge poesia ed espressività al linguaggio. Non dimentichiamo, infatti, che AMA, esordiente nel campo della narrativa, ha già al suo attivo come poetessa, ben dieci pubblicazioni. Lori A. Tacconi Recensione Questa volta è prosa quella che AMA offre ai suoi amici lettori. Dopo dieci pubblicazioni con raccolte di poesie, un libro di racconti, "Spremute di limone", nel quale tuttavia un alone poetico circonda una prosa esplicita e comunicativa ma anche storielle, personaggi, ambientazioni. Frammenti di un vissuto personale, presentate con scrittura leggera ed elegante, arieggiano ai quadri animati che popolavano i salotti di un'altra epoca. L'albero di limone è, tra gli agrumi, quello che produce contemporaneamente frutti e fiori in tutte le stagioni. Nella metafora un percorso all'indietro che si rinnova nello scorrere del tempo e delle memorie. Il succo di limone, protagonista sempre implicito, spremuto con mani abili e bonarie, produce in questa prosa poetica una ironia acre quanto basta e, alla fine, rinfresca gradevolmente. s.a. Dove trovare il libro Il volume si può acquistare presso la Libreria Sellerio in Palermo, via La Farina, 8; Oppure ordinandolo per posta elettronica all'indirizzo adrasa@tin.it . Note biobibliografiche. Anna Maida Adragna è nata a Palermo dove risiede. Insegnante di lingua e di letteratura francese, perfezionatasi alla Sorbonne, ha pubblicato versi e racconti in antologie e riviste. E' presente in una nota dell'ottavo volume di Storia della Sicilia, Editalia (Roma, 2000). La sua prima raccolta edita di poesie e prose "Invention d'un amour" (Bruxelles, 1972), è in lingua francese. Seguono "Anna e Anna"-scritto in tandem con l'amica Anna Bellina- e "Questo nostro verde" (Palermo, 1982), poesie in italiano; "Vis-à-vis" (Roma,1992), poesie espresse contemporaneamente in lingua francese e italiana; "Dominore" (Palermo 1994), versi in italiano. Ha pubblicato, inoltre, "A comme attente-A come attesa" (Palermo 1996), poesie a sfondo mistico, in francese con traduzione in italiano della stessa autrice che ne legge e canta alcune, da lei musicate e contenute in audiocassetta annessa al volume. Le sue più recenti sillogi poetiche in italiano (Catania 1998, Palermo 1999, 2000 e 2002), hanno rispettivamente come titolo "Minimalìa", "Dedicato a", "Ancora mi accompagno felice agli alberi", "Marimonti e altro". Leggi un racconto: MEDICINA ALTERNATIVA Agatina Caruso era una brava ragazza diciottenne. Figlia di ricchi proprietari terrieri, residenti a Vallebianca, un brutto giorno, senza nessun motivo apparente, cominciò a dire e fare cose stravaganti. Su consiglio del medico di famiglia, vennero consultati i migliori psichiatri della città, seppure con molta reticenza. Nella provincia, per una ragazza, essiri foddi costituiva una sciagura, ancora più che la vergogna di essiri buttana. Nessuno era immune da certi pregiudizi. Purtroppo ogni tentativo di cura aveva dato esiti negativi poiché Agatina non riusciva a trarre beneficio dalla varietà di pillole, iniezioni o lavaggi du sangu -rimedi questi ultimi spesso risolutivi, anche per l'implicazione di una messa in scena alquanto plateale - che ciascuno dei luminari si affrettava a prescriverle; senza trascurare la frecciatina più o meno bonaria all'indirizzo del collega precedentemente interpellato. Saro, anche lui consultato, non aveva ritenuto utile l'ospedalizzazione della ragazza, come qualcuno aveva consigliato. Nemmeno il famoso prof. Piero Mangiacavallo che ce l'aveva messa tutta, divorando una fetta leonina del patrimonio dei Caruso, era riuscito a cacciar via i spirdi che sembrava avessero trovato alloggio comodo e definitivo nella mente e nel corpo della malcapitata. Accanto a quella sarabanda di medici, non erano mancate - e sempre invano - le svariate promesse ai santi preferiti, quali sant'Antonio o santa Rosalia e ancora san Crescentino (che a onor del vero si usava portare in processione lungo le ripide viuzze di Vallebianca, soprattutto per invocare la pioggia, sempre ritardataria e avara dalle nostre parti); promesse pecuniarie e non, come la fornitura d'olio per la lucerna perenne a san Giuseppe; oppure di mortificazione del proprio corpo (indossare il saio per un anno, fare u viaggiu a piedi nudi fin nella grotta sul monte della santuzza); o anche di privazione dei piaceri della gola (non mangiare i tradizionali cannoli domenicali, salvo a guardarli per qualche istante con l'acquolina in bocca e metterli da parte per rimandarne la degustazione al giorno seguente) e così via. Ad un bel momento un tale, con una cert'aria misteriosa, sentì il dovere di consigliare alla famiglia un rimedio sicuro, da vero amico e scrisse dietro una strapazzata immagine sacra ingiallita, piegata in quattro, un nome e un indirizzo. "E' u magaru cchiù spertu di l'Acquasanta", aveva mormorato l'uomo, segnandosi confusamente di croce. "Itici e mi sapiti a diri." Fissato l'appuntamento, la famigliola raggiunse l'abitazione-studio del suddetto guaritore, che, in abbigliamento adeguato alle sue funzioni: turbante e collane varie intrecciate all'imponentissima barba, ricadente a guisa di sciarpa sulla tunica rossa dai ricami dorati, li ricevette con amabilità. "Nostra figghia è mazziata." La voce della madre era un lamento disperato. "Amu firriatu menzu munnu!" Il bravo guaritore si adoperò in mille modi, sbracciandosi e masticando fiumi di parole più o meno incomprensibili con voce duttile, ora aspra, ora quasi supplichevole. Mescolava, frattanto, strane polveri a qualcosa di viscido e puzzolente, abbozzando con l'impasto un segno di croce sulla fronte, le guance e le mani della fanciulla. Dopo la lunghissima e tempestosa seduta ("ne basterà una soltanto", aveva dichiarato il nostro in tono perentorio, ancora prima di cominciare), la paziente ritornò a posto. Un miracolo. Scrollandosi più volte, come a volersi liberare di qualcosa che l'infastidiva, Agatina sorrise infine ai genitori felici e meravigliati, abbracciandoli subito con trasporto. E dire che qualche ora prima non li riconosceva nemmeno. Ringraziò con effusione il simpatico mago e suggerì al padre, ancora incredulo, di pagare l'onorario. La ragazza si era proprio ristabilita. Finalmente era ritornata quella di una volta. I Caruso non lesinarono complimenti né moneta prima di congedarsi dal loro salvatore, il quale, assicuratosi che quei tre fossero già lontani, sudato ed emozionato corse a guardarsi nello specchio del bagno. "Niente paura", esclamò con soddisfazione, dandosi una sistematina alla barba più che scomposta, "per una volta l'abito ha fatto il monaco!" Già, perché sotto quei carnevaleschi drappeggi si nascondeva il bravo professore Piero Mangiacavallo, che amava trascorrere il suo mese di ferie sostituendo - a quanto visto, molto efficacemente - il suo buon amico mago dell'Acquasanta. (La storia non riporta se anche questi usasse ricambiargli il favore e, in caso affermativo, con altrettanto brillanti risultati!) |
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