Racconto di Federica Leva
Priscilla
Già
sapevo cos'era successo. C'ero anch'io, quando lo schianto aveva
fermato l'auto in corsa e i miei padroni erano stati scaraventati
sull'asfalto bollente.
Avevo ricordi confusi ma terribili di quell'incidente, e mordendo
la rete della mia cuccia guaivo alla casa silenziosa, sperando
che i miei padroni aprissero una delle alte portefinestre
affacciate sul giardino e mi lanciassero un osso per farmi tacere.
Ma Patrick mi aveva detto che erano morti, che non sarebbero
tornati mai più. Era sceso da me sul calar della sera, e mi
aveva stretta come non faceva ormai da tempo - aveva sedici anni,
secondo i calcoli degli uomini, e si vergognava ad abbracciarmi
come quand'era bambino - ed aveva pianto, soffocando i singhiozzi
nel folto del mio pelo. Aveva parlato a lungo, raccontandomi,
credo, quel che era successo dopo che i carabinieri mi avevano
allontanata dalla strada; ma fu il dolore che vibrava forte nella
sua voce e nel suo odore, fu quello, più d'ogni parola, a darmi
certezza di quel che era successo. Avrei voluto piangere, perché
a mio modo comprendevo la morte, e sapevo che non avrei mai più
rivisto i miei amici; ma repressi un mugolio desolato e mi
obbligai a scodinzolare, fingendo allegria. Patrick era il
compagno del mio cuore, e lo amavo più d'ogni altra cosa al
mondo. Giurai a me stessa che gli sarei stata vicina, che mi
sarei sforzata di rallegrare le sue giornate più cupe. Mi
sarebbe costato tanto, ma avrei fatto qualsiasi cosa per lui. Per
me era tutto. Non volevo che soffrisse.
Il mattino dei funerali non vidi nessuno; ai miei lamenti
rispondevano soltanto il silenzio ostinato delle imposte chiuse e
qualche rimbrotto dei vicini. Ma nel pomeriggio sentii dei passi
sul retro della casa, e Patrick mi venne incontro, vestito in
nero, pallido, gli occhi offuscati di lacrime.
"Vieni, Priscilla.", mi chiamò. Aprì il cancelletto,
e senza mettermi il guinzaglio - com'era invece sua abitudine -
mi portò fuori, sulla sterrata che costeggiava il bosco. Ci
avviammo verso il lago. Scendevamo spesso a passeggiare laggiù,
quando Patrick era stanco e desiderava rinfrescarsi nella quiete
della campagna. Alle nostre spalle riecheggiarono alcuni
rintocchi di campana. Dapprima non vi badai; ero abituata a
sentirli ogni ora. Ma quel pomeriggio erano insolitamente lenti e
tristi, e m'accorsi che Patrick affrettava il passo giù per il
sentiero e aggrottava la fronte, come se quel suono lo
infastidisse.
La nostra spiaggia preferita era deserta. Patrick si sedette
nell'ombra di una quercia e mi lasciò libera di scorazzare dove
volessi. Ne approfittai subito. Con un grande slancio mi tuffai
nel lago e giocai con i pesci facendo un gran chiasso, nel
tentativo di strappare al mio padroncino un'occhiata d'interesse
o un sorriso. Ma Patrick non mi guardava neppure. Lo fissai per
qualche istante, fradicia, le zampe nell'acqua; poi corsi sulla
riva, mi scrollai, e andai ad accucciarmi ai suoi piedi. Ero
avvilita, non sapevo come rasserenarlo, e per quanto anche dopo
avessi saltato, corso, e mi fossi rotolata sul prato, non ebbi
maggior fortuna.
Più tardi, sulla via del ritorno, passammo davanti ad un parco
recintato che gli umani chiamano "cimitero". Era una
grande cuccia infelice e puzzava di fiori marci, ma a suo modo
era anche buffa. La sola volta che avevo accompagnato Patrick nel
giardino più alto avevo visto in un sasso la faccia di un uomo
che conoscevo - ancora adesso non sò spiegarmi come avesse fatto
ad entrarci e perché avesse voluto farlo - e una donna aveva
sparso una lacrima, guardandolo. Di lui, si diceva da tanto tempo
che era morto, e Allora, pensai, quando qualcuno muore viene a
vivere qui. Mah, io, anche dopo essere morta, preferirei restare
nella mia cuccia all'ombra del glicine, con Patrick e i miei
amici. Mi divertirei senz'altro di più che quassù.
Avvicinandomi al cimitero, quella sera, credetti che Patrick
avesse voluto entrare per rivedere i suoi genitori, e tutta
contenta gli trotterellai davanti e puntai verso il cancello
socchiuso. Ma non appena sollevai la zampa per varcare la soglia,
Patrick mi afferrò per il pelo umido e mi costrinse a svoltare
in un sentierino alberato dall'altra parte della strada. "No",
disse, e la voce gli tremava. "Là dentro, no. Mai!".
Non nascondo che mi stupii, ma pensai che forse i miei padroni
non vivevano nel cimitero, e lo seguii docilmente. Ma nei giorni
seguenti accompagnai la zia di Patrick a visitare i suoi parenti
e v'assicuro che c'erano, perché li vidi con i miei stessi occhi.
Anche loro, come gli altri, erano rimpiccioliti in una
finestrella dorata, ma non nel sasso; erano vicino ad un vaso di
fiori, fra le granelle bianche e grigie del ghiaietto, più
giovani e belli di come li ricordassi, abbracciati e felici.
Non ebbi cuore di rimproverare Patrick per quel suo strano
comportamento. Era sempre più triste e taciturno, e solitario.
Talvolta imboccava la stradicciola del lago senza di me, e non si
voltava quando lo richiamavo, abbaiando dalla mia cuccia.
Detestava il silenzio della casa vuota, e non entrava quasi mai.
A volte restava sulla veranda fino a notte inoltrata o scendeva
al cancello e restava là a lungo, con la fronte appoggiata alle
sbarre, come se aspettasse qualcuno. Mi straziava assistere
impotente al suo tormento, a quell'ostinazione che lo faceva
ancora sperare, e in quelle notti mi resi conto che era quella la
ragione - e nessun'altra! - che lo spingeva a non entrare nel
cimitero. Non voleva rivedere i genitori rinchiusi nei sassi
perché non gli ricordassero che se ne erano andati per sempre. E
io comprendevo e condividevo il suo dolore.
Ma in certe sere si sdraiava sul prato e mi guardava con lo
stesso affetto che gli aveva illuminato gli occhi quando suo
padre mi aveva messa fra le sue braccia per la prima volta,
cinque anni prima, e poi parlava, parlava, parlava, e giurerei
che rievocasse il passato, mi raccontava di quand'ero un
cucciolotto e rideva di cose che non capivo. Ma quella serenità
svaniva presto, e camminando sotto il porticato si fermava a
contemplare l'arco di rose aggrappato al tetto e il pianoforte
che s'intravvedeva fra i tendaggi aperti. Allora non lo sapevo,
ma presto avremmo lasciato l'Italia per andare a vivere lontano,
in un paese freddo, dove nevica spesso e c'è poco sole.
"Ma tu resterai con me, non ci separeremo mai, non noi due...
", mi sussurrava, accarezzandomi, con tocco un po' rude,
quasi temesse che anch'io potessi andarmene all'improvviso
lasciandolo irreparabilmente solo.
Una sera era più malinconico del solito. Era appoggiato al
davanzale del terrazzo, e parlava, come di consueto. Io
ascoltavo, sdraiata sul pavimento. In casa c'erano valige e casse
sigillate, e sua zia aveva ricoperto i mobili con coperte e
vecchie lenzuola. Solo il pianoforte era aperto. Patrick l'aveva
suonato tutta la sera, come l'avevo sentito fare per tutti gli
anni che ero stata con lui. Aveva smesso da poco, ed era venuto a
cercare la mia compagnia. Come sempre, non comprendevo quasi
nulla di quel che diceva: solo qualche nome, qualche allusione
ormai nota. Mi raccontava dei suoi genitori, di eventi passati
che non conoscevo o avevo del tutto scordato. A volte sorrideva,
beandosi nei ricordi, ma più spesso stringeva i pugni e scuoteva
la testa, come a scacciare un brutto pensiero. D'un tratto, la
voce gli si spezzò, e si nascose il viso nelle mani. "Stiamo
per andarcene, Priscilla...", singhiozzò. "E' tutto
finito. Sono morti... Sono morti davvero!"
Quelle parole furono chiare; perlomeno, abbastanza perché le
capissi. Mi alzai di scatto, e gli buttai le zampe al collo,
felice che avesse accettato la verità. Ma lui pensò che volessi
giocare e mi scostò, facendomi però cenno di seguirlo.
Scendemmo sulla strada che conduceva al cimitero. Il custode
stava per chiudere, ma ci lasciò entrare. "Il cane non
potrebbe...", iniziò, ma aveva simpatia per Patrick, e con
un gesto mi fece cenno di passare. "Ma fate presto. Sto per
tornare a casa", ci esortò.
Il passo di Patrick era incerto, non sapeva dove fosse la nuova
dimora dei suoi genitori, e io gli corsi davanti, scesi le scale
che portavano al giardino più basso e mi fermai davanti alle
finestrelle da cui i miei padroni, che senz'altro mi avevano
sentita arrivare, mi sorridevano già. Patrick mi raggiunse poco
dopo, e li guardò a lungo. Emozioni diverse gli solcarono il
volto: pianto, disperazione, ribellione, rassegnazione... Poi,
ormai insperato, sbocciò un piccolo, esitante sorriso.
Non disse nulla, lottando con le parole che non gli obbedivano -
per la prima volta, da che lo conoscevo! - ma il suo tocco era
lieve, quando mi accarezzò la testa. Sollevando lo sguardo,
scoprii che il suo sorriso era per me. E quant'era luminoso,
nonostante la sofferenza! Le labbra gli tremarono, stonò, ma non
era più tempo di parole. I lunghi monologhi che aveva riversato
nelle mie orecchie attente l'avevano aiutato a comprendere e ad
accettare; ora il silenzio gli restituiva la pace e l'armonia,
legandoci l'uno all'altra come mai eravamo stati, in passato.
Quel silenzio portava al suo cuore la voce del mio cuore.
E il dolce profumo che soffuse dalla pelle di Patrick,
inebriandomi le narici, mi svelò che l'aveva sentita.
FINE
Federica Leva 1997
Vincitore di numerosi Premi Letterari Nazionali