CHANEL N.° 5
Conoscevo una tipa che si chiamava Carla, a volte Marcela,
era un ex studente con il padre camionista che dopo
settimane di trasferte torna a casa e trova il figlio con un
paio di tette enormi. La madre, originaria di uno dei
sobborghi più malfamati della città, era morta di parto.
Dopo che il padre l’aveva cacciata di casa si era fatta
ospitare da alcuni suoi amici transessuali che l’avevano
convinta a prostituirsi. Aveva dei bei lineamenti, capelli
neri, ossatura minuta e carnagione bianchissima. Gli occhi
infossati le davano quell’aspetto blasè non propriamente
volgare che la rendeva diversa dalle sue colleghe. Sapeva
parlare bene e questo rassicurava i clienti. Era molto
richiesta ma non da me. Io la frequentavo e me ne fregavo
del giudizio della gente. A dire il vero forse ero il più
stronzo di tutti perché non ci andavo mai in giro, la
trattavo con normalità ma senza esagerare. In fondo la sua
compagnia non mi dispiaceva,non mi aveva mai sfiorato con un
dito ed era un’amica sincera. Metteva troppo profumo, Chanel
n.° 5, roba da far venire il mal di testa a starle vicino.
Amava vestire di bianco, diceva di essere magra da poterselo
permettere ed era vero. «Le tette così sembrano più grandi»
diceva. Una notte le capitò un cliente che gliele strizzò
così forte da farle uscire del liquido che lei spacciò per
colostro. Il tipo non si era accorto che aveva caricato in
macchina un uomo, lei l’aveva capito e aveva fatto finta di
niente. Sentirsi una donna vera per pochi minuti le bastò
almeno fino a quando non si ritrovò con la faccia spalmata
sull’asfalto. L’aveva scaraventata giù con un calcione nel
fianco. Milza spappolata con un solo colpo, ospedale,
intervento. Una volta guarita tornò di nuovo in strada.
Quando venne da me ero sveglio da poco e stavo seduto vicino
alla finestra con la camicia tutta aperta e le mani tra le
palle perché sentivo freddo alle mani.
« Come stai? » chiese buttando la borsa per terra
nell’ingresso.
« Ho conosciuto giorni migliori »
« Ah sì? »
« Perché hai tutti quei lividi in faccia? »
« Me li devi ammazzare, me li devi ammazzare hai capito? »
Si era seduta di fronte a me e agitava la testa fissando la
sigaretta come una checca isterica.
« Qual è il problema? »
« Mentre lavoravo mi hanno fatto uno scherzetto ma questa
volta me li devi massacrare, me li devi finire lentamente,
devono soffrire »
« Questa volta? »
« Cosa? »
« Hai detto “questa volta”, quando mai ti ho difesa da
qualcuno? »
« Beh, non l’hai mai fatto ma da come ti comporti con la
gente sembra che sei sempre pronto ad aiutare tutti »
« Ti sbagli, non ci hai preso proprio. Insomma che ti è
successo? Vai in cucina, prenditi una birra e aprine una
anche a me. È ora dell’aperitivo, se vuoi ci sono delle
aringhe affumicate nel piattino rosso »
Tornò con le birre, continuava a fumare nervosamente
Cartier, passeggiava avanti e indietro.
« Hai anche le ginocchia sbucciate »
« Se mi fai parlare te lo dico io cosa è successo. Ero al
lavoro quando si ferma un tipo belloccio, bella macchina,
bei vestiti, bell’orologio, e mi chiede quanto prendo.
Contrattiamo un po’ e poi mi fa salire. Lo guido fino al
posto in cui dobbiamo scopare e lui comincia a parlare. A me
lui piace quindi parlo molto anche io, per un attimo mi
sento contenta e dimentico la vita di merda che faccio »
« Ma non avevi detto che volevi operarti? »
« E questo che c’entra adesso? »
« Niente, pensavo che se tu fossi completamente donna
potresti trovare un lavoro »
« Sì. Quindi mi lascio andare e gli dico che non è molto che
faccio la vita, che avrei voglia di smettere e proprio
mentre glielo dico sento una stretta al collo. C’è un altro
nascosto dietro ai sedili. Questo mi immobilizza la testa
contro il poggiatesta e il tipo che mi aveva caricata mi
pianta subito un diretto sul naso che me lo rompe. Ho
sentito il setto che si conficcava nel cervello»
« Non giri armata? »
« No, e comunque non è facile cercare un’arma quando sei in
un’auto immobilizzata e con il naso rotto. Mi buttano fuori
dalla macchina e cominciano a prendermi a calci »
In meno di un minuto quella povera crista è così malconcia
che non riesce nemmeno ad implorare pietà. La prendono a
calci nello stomaco, sulle gambe, nelle palle, in faccia.
Prima di andare via gli pisciano addosso e la abbandonano
mezza morta tutta coperta di polvere, sangue e piscio.
« Non mi hanno fatto male le botte, mi ha fatto più male il
fatto che mentre ero per terra mi hanno tirato addosso i
soldi e uno dei due sghignazzando ha urlato che ero ridicola
perché non sapevo se piangere come un uomo o come una donna
».
Mi faceva pena, quei due erano i classici tipi della middle
class in cerca di emozioni forti.
« Hai capito? Lascia che li veda in giro, perché io non
dimentico mai una faccia sai? »
« Al massimo potrai riconoscere il tizio alla guida, quello
dietro non l’hai proprio visto suppongo. Che macchina
avevano? »
« Una Saab nera, quello che guidava aveva un tatuaggio con
le iniziali M.M. sul polso destro. Mi basta prenderne uno,
me ne basta uno lo giuro. Che ne pensi? »
« E che ne devo pensare, sono inconvenienti del tuo
mestiere, quando esci da casa sai a cosa vai in contro. Non
ti è andata poi così male, i soldi te li hanno lasciati »
« I soldi? E secondo te perché sarei così arrabbiata allora?
»
« Senti non lo so, dimmelo tu perché sei arrabbiata. Cioè,
io non le capisco quelle come te, non è che fai l’impiegata
o la commessa o la baby sitter, tu lavori in strada. Ti
vendi, a degli sconosciuti, la notte, in auto. Chi pensi di
poter incontrare? »
« È questo tutto quello che hai da dirmi? »
« Comprati un coltello, almeno puoi mettere paura agli
sfigati come quelli che ti hanno aggredito. Se erano dei
rapinatori professionisti, ci lasciavi la pelle lo sai? E se
ti dovesse capitare di usarlo, il coltello dico, colpisci
solo la parte esterna delle gambe e le spalle perché se miri
altrove rischi di uccidere e quelle come te in galera se la
passano molto male ».
Aveva un aspetto molto femminile ma quando si arrabbiava
diventava più mascolina, allargava le gambe e gonfiava il
petto.
Gettò la sigaretta per terra e andò via sculettando e
zoppicando, avvolta nel suo coprispalla bianco e con la
faccia tumefatta.
Io uscii in strada, salì sulla mia Citroen DS del ‘63 e
cominciai a girare per la città. Non vedevo l’ora, mentre
Carla mi parlava pensavo continuamente che avevo voglia di
andarci un po’ in giro, l’avevo comprata da poco. Di solito
andavo su e giù per i sobborghi, quella sera respiravo
l’aria fresca e non mi mossi dal centro. La miseria mi si
era appiccicata addosso e non riuscivo a scrostarla via. Li
stavo cercando.
A CENA FUORI CON IL GIALLO
Ero uscito dalla redazione alle nove di sera e stavo morendo
di fame. Mi fermai davanti alla bancarella di una signora
che vendeva interiora di vitello e ne ingoiai tre stecche
accompagnandole con Forst gelata. Improvvisamente, come se
qualcuno le avesse fatto una domanda cominciò a parlare.
Avevano arrestato il parroco del quartiere.
« Noi l’abbiamo sempre saputo, anni fa molestò anche mio
figlio. Mi ha detto “mamma, ha sposato una coppia di amici
miei, io ero in chiesa e quel maiale mi guardava dal pulpito
con gli occhi da maniaco” »
« Come mai fa questo lavoro, di solito le donne fanno altro?
».
« Mio marito è all’hotel » cioè nel carcere dell’Ucciardone
« e la famiglia la campo io. Comunque una volta due bambine
sono andate a trovarlo e lui gli ha messo le mani addosso.
Allora alcuni del quartiere sono andati a casa sua e manco a
dirlo era tutto a posto ». Si erano infiltrati nella casa
del sacerdote convinti di trovare qualcosa di osceno per
inchiodarlo e invece niente. Dentro c’era un non so che di
sporco, puzza di sesso stantio, immagini sacre appese a
tutte le pareti, un inginocchiatoio, odore di incenso e
cucinato.
« ‘Sto prete aveva sempre i capelli bianchi immacolati
pettinati lisci e si metteva delle fialette per farli
diventare ancora più bianchi, hai presente quelle che usano
le donne anziane per dare un colore uniforme ai capelli?
Passò un mese, non di più, e tornarono di nuovo in quella
casa ma stavolta il parroco c’era. Salirono il macellaio e
due amici suoi disoccupati, se li era portati appresso senza
spiegargli neanche il motivo. Siccome il prete conosce tutti
nel quartiere li fa entrare. Cominciano a parlare e com’è,
come non è, il macellaio parte con un cazzotto nello stomaco
e uno in bocca. Glielo dà così forte che gli rimane un pezzo
di dente conficcato nella nocca. Una delle bambine molestate
era la figlia di una sua cugina di secondo grado. Gli dice
che deve farla finita di mettere le mani addosso ai bambini
o gliela fa pagare ».
Intanto passò un collega che rallentando davanti alla
bancarella mi urlò « complimenti per l’igiene! ». Non gli
risposi, non sopporto le persone insensibili, è maleducato
dire così davanti alla titolare.
« Che mi stava dicendo? »
« L’indomani il parroco fece una predica parlando della
mafia, disse che non bisogna lasciarsi intimidire. Quel
porco voleva fare capire che era con la faccia spaccata
perché lo avevano aggredito per il suo impegno sociale ».
In realtà quel prete aveva il vizietto di mettere le mani
addosso a ragazze giovani e bambini, senza distinzione di
sesso, ed era stato trasferito nel quartiere dal vescovado
con la promessa che si sarebbe curato. Il marito della mia
locandiera, invece, era dentro perché aveva accoltellato il
figlio. La notizia era uscita qualche anno fa in apertura di
pagina. Roba di non più di due anni prima.
« Quanto le devo? »
« Due euro e 50 a stecca »
« Tenga il resto, arrivederci ».
La bancarella era vicina al carcere, andando via vidi che la
signora si sbracciava in direzione del marito affacciato ad
una delle finestre dei bagni in comune. Gli fece cenno che
aveva incassato. Sarà che ero tornato single da poco e non
mi andava di stare a casa da solo a pensare o ad ubriacarmi,
decido di seguirla. Dovrei sentirmi un verme invece sto
benissimo. La vecchia chiude la bancarella con un lucchetto,
mette in moto l’ape e sussulta via. Supera la zona del
porto, quella industriale e si ferma in uno dei quartieri
più degradati della città. Parcheggia la macchina dentro un
recinto di ferro filato, apre un portone che si richiude
lentamente dietro di lei e sale su per le scale. Metto la
moto sul cavalletto, blocco il portone con la punta del
piede un secondo prima che si chiuda ed entro anch’io. In
questi quartieri dormitorio ci sono sempre delle sentinelle
che controllano le facce nuove che si addentrano nel
perimetro. Da quando ho messo piede lì tutti sanno che c’è
un estraneo e che non ha ancora provato a comprare droga.
Qualcosa non va. Sono ben messo ma un’orda di ragazzini con
precedenti penali può sotterrare chiunque. La signora non mi
interessava più, ero solo curioso di respirare l’aria
malsana di questi ambienti, di vedere di che colore sono i
corrimano(bordeaux), origliare i dialoghi.
Le porte d’ingresso non esistono, soltanto tende, è uno
spettacolo a cielo aperto. Sono state scardinate perché
tutti devono sapere tutto degli altri, è un sistema di
controllo reciproco, così nessuno può fare del male a
nessuno. Faccio il vago, non posso più tornare indietro, si
insospettirebbero troppo.
Con la coda dell’occhio vedo fattezze bitorzolute, fronti
ampie, braccia lunghe, andature dinoccolate, fumo di
sigaretta dappertutto misto a detersivo. Nei quartieri
popolari i vestiti profumano forte di detersivo.
Al terzo piano sento le urla di un uomo che rimprovera un
bambino, minaccia di ucciderlo. Biascica, non si capisce
bene il perchè. Una donna di colore scende dalle scale, mi
guarda finché non scompaio nella rampa successiva. Torna
indietro e « scusa ma che ci fai qui? »
« Ci conosciamo? »
« Di vista, lavoro sotto la redazione del tuo giornale, ci
salutiamo ogni tanto. Una volta ti ho chiesto una sigaretta
e tu mi hai regalato il pacchetto intero »
« Già non ti ho riconosciuta senza trucco e con i jeans »
« Non puoi stare qui, sanno che c’è un intruso e lo stanno
cercando »
Le vedette hanno fatto il loro dovere. Da quando sono
entrato nel palazzo non ho smesso un secondo di sentire una
voce urlare “numero 51, è uscito il numero 51”. Così hanno
fatto sapere a tutti che c’è un estraneo. Un estraneo che
non è venuto per comprare droga o fare qualcosa di illecito.
Questo è molto pericoloso per loro.
« Volevo solo fare una passeggiata, non so nemmeno io perché
sono arrivato qui ».
« Perchè sei uno svitato vieni con me » e mi porta in una
stanza buia fetente di naftalina, piscio e con le pareti
disegnate con lo spry. Inizia a baciarmi dappertutto con
quei suoi labbroni umidi che quasi mi risucchia le budella.
Non so come ho fatto a non vomitare al pensiero di quello
che fa con quella bocca.
Otto uomini passano di corsa davanti alla porta, sono tutti
armati, uno ad uno si girano verso di noi finché a turno
tutti riconoscono lei. Continuano la loro corsa su per le
scale.
« Stanno cercando te, mi devi un favore »
« Tu un pacchetto di sigarette. Scusa bellezza adesso devo
proprio scappare, domani sera ci vediamo con calma e ne
parliamo ».
Tornai a casa con il cuore a mille. Non vidi più quella
ragazza sotto la redazione. Una settimana dopo, il tg locale
riportava la notizia di una donna anziana arrestata per
sfruttamento della prostituzione e di una ragazza di colore
sgozzata. La polizia era stata avvisata dell’omicidio della
prostituta da una telefonata anonima. I confidenti dissero
che l’avevano ammazzata perché due giorni prima aveva
coperto uno che si era infiltrato nel quartiere dove la
tensione era già alta per via di un grosso quantitativo di
droga in arrivo in quelle ore. Qualcuno aveva parlato. A
casa della donna gli agenti avevano trovato una lettera
senza la firma in cui il mittente s’informava se il Don del
quartiere molestava ancora i ragazzini. Ero seduto alla mia
scrivania mentre la tv passava le immagini del cortile,
dell’androne, delle scale, degli appartamenti. Alzai la
cornetta, chiamai una mia amica e le raccontai tutto. Non
credette ad una sola parola. Invece tutto questo è successo
veramente signori.
GIOISCO, MI ADDOLORO E TRASECOLO A DOMICILIO
Avevo la testa leggera come un palloncino, lo stomaco
gorgogliava birra e whisky, il cuore che pompava a mille. Mi
svegliai di soprassalto disteso sul fianco sinistro con le
braccia conserte e gli anfibi ancora ai piedi. Mi alzai, mi
preparai il caffè, lo bevvi, accesi una sigaretta. Il
battito era ancora accelerato, erano le nove di sera. Da
settimane c’era qualche cosa che non andava, che sfuggiva
alla mia comprensione, riuscivo ad afferrare l’idea ma non
potevo ancora fermarla sulla carta. Passavo le giornate a
strimpellare la chitarra elettrica ma ero troppo svogliato
per impegnarmi seriamente. Non scrivevo qualcosa di decente
da settimane, per l’ennesima volta avevo lasciato il
giornale fanculizzando tutti. Due pacchetti di sigarette al
giorno, non si sa quante lattine di birra e tanta
televisione. La birra in lattina è più buona di quella in
bottiglia. I soldi erano finiti e anche le case editrici a
cui inviare i miei racconti. Avevo deciso che dovevo
semplicemente esistere. Prima di tutto capire che non ero
tagliato per fare il giornalista(fatto), secondo poi capire
che non avevo il talento necessario per fare lo scrittore
(fatto), terzo trovare un lavoro vero.
Passai la notte in bianco, di mattina presto andai in
edicola, comprai il giornale e cominciai a sfogliarlo.
L’aria umida del mattino mi premeva contro il petto, le dita
puzzavano di tabacco, sarei tornato di nuovo a letto.
Improvvisamente leggo un annuncio, anzi “l’annuncio”, e come
sempre ecco arrivare dal nulla quel particolare che fa
prendere alla mia giornata la solita piega strana. Alla voce
“offro lavoro” c’è l’immagine di due mani che si stringono e
sotto questo annuncio: « Battesimi, funerali, matrimoni?
Chiamami! Gioisco, mi addoloro e trasecolo a domicilio.
Trentenne di bella presenza, cultura, educato, mai
inopportuno offre i seguenti servizi.
Devi battezzare tuo figlio, tuo nipote, il figlio di un
amico o di un parente?
Chiamami, mi presenterò in chiesa in giacca e cravatta,
batterò le mani al momento opportuno, intratterrò i parenti
enumerando le qualità dei genitori del bimbo. La quota,
molto ragionevole, può subire variazioni se il trattenimento
si svolge fuori città.
È morto un parente, un amico, un qualunque congiunto?
Chiamami e sarò presente alla veglia funebre. Al funerale
sarò inconsolabile, dipingerò il quadro dell’egregia vita
del de cuius e leggerò i testi sacri mostrando commozione.
Nei casi di prematura scomparsa, su richiesta, posso anche
fingere un malore al momento della tumulazione.
Ti trovi in una situazione singolare? Sei senza parole? Non
sai che pesci prendere? Hai bisogno di prendere tempo? Non
trovi gli argomenti giusti per significare appieno il tuo
stupore?
Chiamami: questa è la mia specialità! Vengo a trasecolare a
domicilio, in ufficio, in palestra e ovunque tu abbia
bisogno del mio appoggio. Possono parlare in tua difesa e,
con l’esperienza di un attore consumato, sposo totalmente la
causa. In totale empatia do voce al tuo pensiero anche con
una semplice espressione del viso.
Hai rivisto dopo trent’anni una persona che si ripropone
come se niente fosse? Hai a che fare con gente che ti
comunica le cose più assurde con la stessa nonchalance con
cui si dice “buongiorno”?
Chiamami! Posso trasecolare per giorni interi a prezzi
ridicoli, posso fomentare parenti, amici, passanti, in modo
che le tue ragioni diventino irrefutabili!
Per contatti, info, prezzi o se volete collaborare con noi
contattateci allo…».
Chiamo e mi risponde una voce molto baritonale che mi chiede
quanti anni ho, quante ore al giorno sono disponibile e
quanto vorrei guadagnare. Rispondo che sono abituato a
lavorare per 3 euro e 10 ad articolo quindi per 3 euro e 10
l’ora sono già disponibile a meno che non ci siano spese da
sostenere. La voce mi dice che il compenso è di 5 euro l’ora
per otto ore al giorno più un forfait per la benzina.
L’appuntamento è per le 19, ho un’intera giornata da far
passare. Ciondolo su e giù per il centro fino all’ora di
pranzo osservando la gente, che spettacolo. Mangio un
panino, bevo una birra in lattina, ricompro le sigarette e
due biglietti dell’autobus: uno per continuare a fare su e
giù per la città e osservare la gente, l’altro per andare
all’appuntamento.
Alle 19 in punto suono al campanello dell’agenzia, non
arrivo mai in ritardo ad un appuntamento. Alla porta compare
un tipo dall’apparenza normalissima. Giacca, cravatta, non
mi fissa mai in faccia. Nello studio ci sono un sacco di
riviste, una fotocopiatrice, una parte attrezzata semivuota
e un bagno che profuma di pulito. Accende il computer per
farmi leggere le recensioni che i suoi clienti hanno
lasciato su internet e con un occhio controlla la telecamera
che dà sull’ingresso.
« Il primo servizio è per domani, devi andare ad un
matrimonio, con te ci sarà Vera, è una tua collega. Vi
vedrete domani alle otto davanti all’agenzia. Buon lavoro ».
L’indomani mi incontrai con Vera, durante il tragitto mi
diede i ragguagli su quello che stavamo andando a fare. Lei
era una rossa dai capelli mossi con un bel culo e un bel
viso. Mi disse che era stato lo sposo ad ingaggiarci,
arrivammo. A metà cerimonia ero sudatissimo, mi precipitai
fuori dalla chiesa per fumare una sigaretta e prendere una
boccata d’aria, dopotutto eravamo ad agosto. In realtà mi
ero fatto tutta la funzione fuori ma all’ennesima
occhiataccia di Vera dovetti rientrare. Avevo le mutande
bagnate fradice, i calzini che mi rotolavano giù, le tasche
dei pantaloni appiccicate alle gambe e un mal di testa della
madonna.
Di mattina avevo preso 40 gocce di Novalgina ma la testa mi
stava esplodendo. Me ne frego di Vera, esco di nuovo fuori e
inizio a passeggiare sotto il pronao. Vera esce e mi fa «
guarda che adesso dobbiamo entrare in azione e tra poco ci
sarà un problema »
« Cioè? »
« Tra gli amici dello sposo ce n’è uno che va facilmente in
escandescenze e quasi sicuramente esploderà prima che gli
invitati siano arrivati al parcheggio. Mentre lui fa il
matto tu devi cercare di calmarlo »
« Insomma sono una specie di guardia del corpo del buon nome
dello sposo, non poteva evitare di invitarlo? »
« No, tutto quello che dobbiamo fare è mostrare molta
classe, dobbiamo essere dei bravi attori, mostrare finezza e
sorridere sempre. È questo che vuole lo sposo ed è questo
che noi dobbiamo fare »
Vera aveva due deliziose fossette agli angoli della bocca e
un leggero prognatismo che la rendeva interessante. Gli
invitati cominciarono a scemare fuori dalla chiesa.
« Eccolo, accanto a lui ci sono due donne e un uomo grasso,
lui è quello secco e con i capelli neri rasati. Andiamo. ».
Ci avvicinammo, il grasso parlava con il secco.
« Che fai con quel fazzoletto? »
« C’è caldo, non sopporto il sudore che mi scola giù per la
fronte »
« Ma dai non fare il duro, ti sei commosso »
« Mi sono commosso? Io mi sono commosso? Che cazzo me ne
frega di commuovermi per uno che conosco a malapena. Io non
mi commuovo nemmeno davanti a mia madre che muore, hai
capito? »
La gente osservava. Vera gli disse di calmarsi guardandomi
interdetta, io riuscivo soltanto a ridere. Nella
concitazione a nessuno veniva in mente di chiedere chi
fossimo.
Comunque, anche per fare bella figura con Vera, lo prendo
per il braccio e gli dico che non è il caso di dare
spettacolo.
« Ma tu chi sei! Chi sei tu! Ma stai zitto!, fate schifo,
fatte tutti schifo! »
« Ascoltami, io non niente contro di te, tu non mi hai fatto
niente ma io sono pagato per farti stare buono e ti giuro
che se non di dai una calmata ti spacco la testa e ci piscio
dentro »
Sono sempre stato sicuro dei miei mezzi e non ho mai avuto
particolare bisogno di menare le mani ma di fronte alla
follia ogni certezza si infrange. Ero riuscito a portarlo
dietro l’angolo, appena fuori il perimetro della chiesa. A
cinquanta centimetri dal perfetto sorriso di durata almeno
trentennale cui andavano incontro gli sposi stava per
scatenarsi l’inferno. Dopo 7 minuti eravamo tutti e due
appoggiati al bancone del chiosco, lungo il viale alle
spalle dell’arcivescovado. Io con la camicia strappata sul
davanti, lui con la cravatta allentata e le mani tremanti.
Mi ero rotolato a terra con quel pazzo che menava con la
forza della pazzia. Non c’era un senso in quella rissa che
era finita dopo il primo sguardo di lucidità scambiato
mentre eravamo avvinghiati a terra. Bevemmo dell’acqua.
« Cos’è questa storia che sei stato assunto dallo sposo per
farmi il cane da guardia? »
Gli dissi la verità, la camicia era strappata e valeva molto
più del mio guadagno di un giorno, nessuno mi aveva detto
che il tipo era un violento e non era il lavoro che faceva
per me. Lo lasciai al chiosco inebetito. Vera era andata a
pranzo con gli altri invitati, le telefonai e le dissi che
me ne tornavo a casa.
L’indomani andai in ufficio, ad aspettarmi c’era proprio
lei, mi diede la paga per un giorno di lavoro, mi avevano
licenziato.
Ci frequentammo per un anno, io ricominciai a scrivere e a
lavorare per il giornale. A Vera piaceva fare l’amore nella
mia Citroen Ds. Non le chiedevo mai di raccontarmi le storie
assurde che viveva facendo il suo lavoro assurdo. Ci
lasciammo, non so neanche quanti anni avesse.