Racconti di Renzo Montagnoli
La bottiglia in fondo al mare
Riovecchio
è un piccolo borgo, aggrappato alla roccia della montagna, alto sul mare quel
tanto che basta a evitare che le tempeste se lo portino via. Case vecchie,
modeste, proprie di chi vive dell’immensa distesa liquida che poco più sotto
sembra volerle inghiottire; colori vivaci a stemperare il profondo blu che
all’intorno regna sovrano e in cui l’occhio si perde alla vana ricerca di
tonalità meno cupe, come quelle del cielo che incombe a esaltare nei giorni di
sole la bellezza di una natura ancora selvaggia.
La
gente di qua vive del mare, di quello che può offrire dopo ore di estenuante
fatica a tirar su le reti nelle cui maglie, come gioielli, rilucono pesci che si
dibattono per ostacolare invano il loro destino.
I
paesani sono quindi, per lo più, pescatori, gente rude, con i volti cotti dal
sole, le mani callose, e la naturale inclinazione ad allontanare la realtà di
un’esistenza tribolata rifugiandosi spesso nell’alcool.
Fra
questi famoso era Paolino, detto anche il Nostromo, gran bevitore per buona
parte della sua vita fino a quando aveva deciso di smettere e così una sera,
mentre si trovava nella piazzetta del paese, quella che sporge sui flutti
sottostanti, si era scolato l’ultima bottiglia, poi dall’alto l’aveva
gettata a mare.
L’aveva
guardata quasi con rimpianto mentre precipitava per poi inabissarsi, dopo aver
cavalcato per un attimo i marosi.
-
Basta! – aveva gridato in quell’occasione con voce talmente forte da coprire
i rintocchi della campana della chiesetta e il fragore delle onde che da
millenni si sforzavano di buttar giù quel torrione di roccia su cui sorge il
paese.
Da
allora era completamente cambiato, diventando, da taciturno quale era sempre
stato, particolarmente ciarliero e sempre disponibile a raccontare quelle nuove
virtù che aveva scoperto in lui smettendo di bere.
Il
fatto che quella principale fosse l’acquisita capacità di parlare con il mare
aveva fatto sorgere più di un dubbio sulla cessata assunzione di alcool, ma ben
presto tutti dovettero ricredersi, perché Nostromo effettivamente aveva
instaurato un rapporto tutto particolare con quella gran massa d’acqua.
La
guardava dalla ringhiera della piazzetta, chiudeva gli occhi e dopo un po’ si
rivolgeva agli astanti riferendo quello che gli aveva detto il mare.
-
Meglio non andare a pescare domani, perché cambierà il tempo e ci sarà una
gran mareggiata.
Oppure:
-
Le sardine si sono radunate vicino al promontorio del faro.
E,
come potevano tutti verificare, ogni affermazione rispondeva al vero.
Insomma,
per farla breve, era diventato un vero e proprio oracolo, e nei dintorni non
c’era nessuno che decidesse di andare per mare senza prima averlo consultato.
Quando
usciva con la sua barca, molti lo seguivano, certi che la pesca non sarebbe
potuta che essere buona e in effetti era così.
Sorgevano
poi leggende su di lui, tipo quella che non aveva bisogno di calare le reti,
perché i pesci schizzavano fuori dall’acqua e sembravano fare a gara nel
finire sul fondo della barca, oppure che quando andava aveva sempre il vento a
favore e quando ritornava altrettanto.
A
volte, guardava sulla piazzetta gli altri pescatori e quando apriva la bocca ne
usciva una voce cupa, mugghiante, quasi che a parlare fosse direttamente il
mare, ed aveva assunto nel dire una cantilena che ricordava tanto la risacca.
In
quelle occasioni non parlava di pesca, ma di storie di viaggi, di genti lontane,
di lidi di cui né lui, né gli altri avevano mai sentito nominare.
Per
una comunità che viveva in pratica isolata era diventato quel narrare una sorta
di scoperta di un mondo che per non pochi non andava oltre il promontorio del
faro; era una conoscenza continua, un avvertire chiaro e pieno di speranza che
la vita non era ristretta nei limiti di un’esistenza chiusa e tribolata.
I
bambini, in particolare, stavano ad ascoltare a bocca aperta e con gli occhi
sgranati le storie di delfini che aiutavano i pescatori di perle dell’oceano
Indiano, oppure le galoppate delle orche ai limiti dei grandi ghiacci
dell’estremo settentrione.
Fra
questi il più assiduo era Paco, dai capelli color stoppia e dai vispi occhi
cerulei, dotato di un intelligenza a tutta prova che compensava ampiamente
quello scherzo di natura che lo aveva fatto nascere con una gamba più corta
dell’altra. Si trascinava, arrancando sui gradoni delle strette strade, dietro
Nostromo con cui aveva instaurato un rapporto talmente privilegiato che
non di rado questi lo portava con sé alle battute di pesca. Provava tanta
tenerezza per quel bimbo sfortunato, la cui vita sarebbe stata più difficile di
quella certo non facile degli altri. Gli insegnava tutto quel poco che sapeva: i
nomi dei venti, le varie specie di pesci, i diversi tipi di onde. Nelle
sere limpide gli parlava delle
stelle che trapuntavano il cielo e gli diceva: – Ogni volta che uno muore se
ne accende una e quello che lascia questa terra va ad abitare su di essa; un
giorno questo accadrà anche per me. Ecco, quella là che brilla di più è dove
sta mia mamma.
E
mentre il bimbo si sforzava di indovinare un volto di donna nel luccichio di
quell’astro, a Paolino spuntava immancabile una lacrima e tanto desiderava che
quel suo potere di parlare con il mare potesse estendersi anche al cielo.
Fu
un periodo sereno per la piccola comunità, un’era da ricordarsi anche negli
anni futuri, e tutto sembrava non aver fine quando avvenne la disgrazia.
Un
pomeriggio d’autunno, con il cielo plumbeo che si mescolava al mare, i bimbi
giocavano nella piazzetta. Come a volte accade, una spinta tira l’altra e Paco
ne ricevette una particolarmente violenta, sbatté contro la ringhiera che fece
da ponte al tronco, così che il corpo venne sbalzato nel vuoto. L’urlo di
terrore del bimbo fu coperto dal fragore dei marosi che ne fecero facile preda.
La
notizia si propagò in un attimo; tutti corsero, si sporsero, ma non riuscirono
a scorgere nulla fra la schiuma; la madre, disfatta e implorante si rivolse a
Nostromo: - Salvalo, se puoi! Chiedi al mare che me lo restituisca, che non
prenda la sua vita!
Nel
frattempo il cielo era diventato nero come la pece, le onde si alzavano sempre
di più quasi a voler ghermire il borgo.
Nostromo
non disse nulla, corse giù verso l’arenile, inutilmente dissuaso da chi aveva
compreso e temeva per la sua vita.
Le
poche barche erano state tutte strappate agli ormeggi, tranne una: la sua.
Come
la spinse in acqua la tempesta si placò e lui, remando come un dannato, prese
il largo.
Tutti
rimasero a guardare quel piccolo guscio che si allontanava dalla riva fino a
quando lo persero di vista. Intanto, la burrasca aveva ripreso forza e le onde
si ingigantivano, si avventavano verso l’arenile, divorando quel poco di
spiaggia ciottolosa.
E
poi venne la notte; fra cupi tuoni e rapide saette sembrava che il cielo e il
mare si fossero uniti per distruggere il paese. La gente, stretta nella piccola
chiesa, pregava e sperava; l’alba
li colse assonnati e ancora tremanti e quando udirono nitido il suono della
risacca compresero che tutto era finito.
Uscirono
e restarono abbagliati dalla luce del sole che stava sorgendo; in basso il mare,
finalmente acquietato, mormorava, anzi era quasi un sussurro quello delle onde
che lente arrivavano alla riva per poi ritrarsi.
Scesero
a quel che restava dell’arenile e raggomitolato su se stesso trovarono Paco.
Si avvicinarono, uno si accostò, porse l’orecchio e poi si mise a gridare: -
Non è morto! Respira e dorme.
Lesti
lo sollevarono e allora notarono che fra le mani stringeva una bottiglia, che
non ci fu verso di togliergli.
Fu
riscaldato, accarezzato, stretto dal corpo fremente della madre e si gridò al
miracolo.
Di
Nostromo, invece, non fu mai trovato il corpo e così si alimentò ulteriormente
la leggenda.
Paco
crebbe, diventò adulto e non pochi però pensarono che la brutta avventura gli
avesse sconvolto la mente; girava, infatti, sempre con quella bottiglia e a volte sembrava addirittura che
comunicasse con lei.
Nelle
notti stellate, poi, si attardava sempre ad ammirare il cielo, che guardava
attraverso quel vetro.
Nessuno seppe mai che cosa esattamente vedesse e lui non volle mai dirlo, perché se avesse rivelato che quella specie di lente rivolta verso una certa stella gli faceva apparire il volto sorridente di Nostromo, allora sì che l’avrebbero preso per pazzo.
Il
venditore di angurie
Una
volta assai più numerosi, ora meno frequenti, ma chi non ha mai visto quei
chioschi in fregio alle strade di uscita dalle città, oppure ai lati di certe
provinciali preferite dal traffico veicolare perché più sgombre di auto? Una
baracca, con il tetto di lamiera, sovente coperto da un po’ di paglia, un
bancone ricoperto di alluminio, o più recentemente di plastica, come le quattro
o cinque sedie messe lì alla rinfusa accanto a un tavolo di legno segnato dagli
anni e dall’uso, una tinozza piena d’acqua con le angurie al fresco e, nella
migliore delle ipotesi, un grande frigorifero con la porta a vetro ed in bella
mostra delle fette rosse del frutto tipicamente estivo, oppure bene ordinate in
un contenitore fra pezzi di ghiaccio che la calura va sciogliendo sempre più
rapidamente: questa è una melonaia, annunciata lungo il nastro d’asfalto da
cartelli scritti in un italiano spesso approssimativo, evidenziata nelle notti
d’estate da una ghirlanda di luci multicolori.
Ce
n’è una anche vicino a casa mia: è lì, come il suo proprietario, da quasi
trentacinque anni. Si anima con i primi caldi e si chiude non appena le sere si
rinfrescano. Dietro il bancone c’è Claudio, capelli bianchi che un tempo
erano biondi, occhi chiari, il volto segnato dalle rughe, la voce che si è
fatta roca per via di quei sigari che costituiscono al tempo stesso il suo vizio
e il suo passatempo.
Di
giorno apre i battenti verso le nove e la sera chiude quando non ci sono più
avventori.
Lo
conosco da quando ero ragazzino; è un po’ più vecchio di me e non ha avuto
una vita fortunata, perché il matrimonio si è rivelato un fallimento e
l’unico figlio, che adorava letteralmente, una sera di novembre non è più
tornato dal lavoro: a un incrocio, complice la nebbia, un autocarro gli si è
parato davanti; inutile è stata la frenata e in quel fragore di lamiere
contorte e vetri infranti con cui si è spenta quella giovine esistenza è
iniziata per Claudio una lunga vita di solitudine che sembra non avere mai
termine.
Per
lui la melonaia non è solo un’attività, ma è molto di più, perché
rappresenta un breve intervallo di vita; ascolta le chiacchiere degli avventori,
si unisce alle stesse, arriva perfino a sorridere.
Quest’anno
l’estate è cominciata prima del solito e già ai primi di giugno il caldo è
stato soffocante, e con esso l’arsura, che solo una fetta di anguria dolce,
tenera e saporita può calmare. Ho deciso, quindi, di comprarne una intera e
ovviamente, anziché ricorrere al supermercato, dove peraltro costa meno, sono
andato da Claudio.
Ricordo,
come fosse ieri, l’emozione che ho provato nel vedere quei bei frutti verdi,
oblunghi, gocciolanti d’acqua e il sorriso del venditore che ne magnificava le
qualità.
A
onor del vero, ho avuto qualche cosa da ridire sul prezzo, aumentato un po’
troppo rispetto allo scorso anno, ma Claudio ha saputo spiegarmi anche questo;
ha abbassato gli occhi, poi, con voce bassa, mi ha detto:
-
E’ vero, costano caro rispetto al supermercato, ma io non vivo che di queste e
in una stagione
devo fare la provvista di quel poco che mi è necessario per vivere, ma che è
aumentato a dismisura… Mi accontento, a mezzogiorno un piatto di pasta,
la sera spesso
di un po’ di pane con il latte, ma anche questi hanno il loro prezzo, così
come l’affitto
del monolocale dove vivo, la luce che in inverno è d’obbligo, il
riscaldamento, i pochi
sigari, la benzina della motocarrozzina con cui vado a prendere dai coltivatori
le angurie.
Risparmio su tutto, ma non bastano mai.
E’
stato talmente convincente che, quando gli ho dato una banconota da 10 Euro, a
fronte di un prezzo di 8, non ho potuto fare a meno di dirgli di tenere il
resto, ma non ha accettato. Mi ha guardato negli occhi e con tono normale ha
quasi scandito le parole:
–
Sono povero, è vero. Ti ringrazio, ma non offendermi con la tua misericordia.
Mi
sono sentito un verme, ho abbassato lo sguardo, ho mormorato velocemente alcuni
convenevoli per scusarmi e sono corso via.
Quando
sono tornato le volte successive, nessuno di noi due ha accennato a quella mia
infelice frase e anzi il tono di familiarità si è accentuato.
Un
giorno, che non c’era nessun altro, mi ha detto:
-
I tempi cambiano. Una volta si veniva da me per gustare l’anguria e per
chiacchierare, oggi i più divorano quasi la fetta e poi scappano
all’inseguimento di chissà che cosa e il saluto di commiato ha più il sapore
di un obbligo di cortesia che del ringraziamento
per un po’ di tempo trascorso insieme. La gente corre come impazzita,
ha molto di più come beni, come mezzi, ma in fondo in fondo si sente più sola
di me.
Si
ferma un attimo, abbassa gli occhi e riprende:
-
Finita la stagione, io cambio e come un orso vado in letargo, modifico perfino
il carattere,saluto appena, evito i clienti anche come te, perché non è il
tempo per parlare. La solitudine può anche essere sopportabile se non ci sono
brevi interruzioni della stessa, un po’ come il silenzio di cui non ti accorgi
se non dopo un rapidissimo rumore. D’estate è diverso, con il brusio della
strada, il viavai dei clienti… E la solitudine allora non esiste, nemmeno la
notte, quando dormo sulla brandina dentro la
baracca.
Le
sue parole fanno riflettere, i pensieri di quest’uomo scarsamente istruito
sono una fonte che sgorga nel deserto, sono la base di qualsiasi esistenza e
dimostrano che la felicità non è canonizzabile, ma come concetto è
differenziato per ciascuno di noi. Claudio, nel pur breve periodo dell’estate,
a suo modo è felice, perché realizza una condizione diversa dal solito, perché
il contatto umano, per quanto spesso superficiale, può essere altamente
gratificante.
Sì,
lo ammetto, sono orgoglioso di essere parte della temporanea felicità di
Claudio, perché pure io, quando ho modo di parlare con lui, mi accorgo di
quanto la vita possa essere interessante: nel suo accontentarsi di così poco
c’è tutta la ricchezza d’animo di chi sa che la vita è fatta di piccole
cose, il cui significato, la cui portata, può anche essere molto grande.
Ed
è con vero dolore che oggi ho appreso una notizia quasi sconvolgente.
Sono
andato per la solita anguria e ho trovato il mio amico Claudio invecchiato,
quasi fossero passati da ieri più di cento anni.
Mi
ha mostrato una lettera del Comune nella quale, con quel tono asettico tipico
della burocrazia, gli è stato comunicato che non gli verrà rinnovata la
licenza per esigenze di sicurezza del traffico sulla provinciale, quasi che, se
invece di un chiosco dove fanno sosta sempre meno auto, si trattasse di
un’avvenente passeggiatrice che richiama decine di clienti.
Il
vero motivo lo sappiamo entrambi: quell’area è stata resa edificabile e per
costruire bisogna abbattere.
Ha
le lacrime agli occhi, la voce che gli trema, quando mi dice:
-
Fammi un favore, passa la voce in paese che oggi, ultimo giorno di vita della
melonaia, ci sono angurie gratis per tutti. Voglio vedere tanta gente, sentire
una moltitudine di voci e ...
La
voce gli si spezza e il pianto diventa irrefrenabile.
Gli
metto una mano sulla spalla:Dopo, Claudio, qualche giorno vieni a trovarmi,
stiamo un po’ insieme, magari ti fermi
anche a cena; guarda che mi farebbe piacere.
-
Si asciuga gli occhi, mi guarda fisso e mi scandisce con voce ferma:Ti
ringrazio, ma te l’ho già detto un’altra volta, se ricordi: non offendermi
con la tua misericordia.
Non
oso replicare, perché ha ragione; lo saluto, prometto che diffonderò la voce
in paese e sto per andarmene quando lui mi allunga una bella anguria.
Non
so se pagare o no, biascico un semplice ringraziamento e me ne vado, consapevole
che non lo rivedrò mai più.
(da
“Storie di paese”)