Giuanin, un
anziano che vuole farla finita sparandosi con una vecchia pistola e che
accidentalmente incontrerà il suo angelo custode con le fattezze di una
moldava di mezza età; Mario Marino, dipendente comunale che si gonfia
minuto dopo minuto, bolso di ambizioni e futili vanità; Clara e Mimmo,
che si amano e non si amano, che si cercano e si disperdono; Gegio, U
Bullet e i loro amici ultras, in cerca di un'evasione attraverso una
trasferta della SPAL. Sono questi i personaggi di Palude, primo, fresco
romanzo di Enrico Astolfi.
Fra spacciatori, colf, uomini da bar, impiegati, pensionati, prostitute,
perdenti, un libro di racconti che può essere letto come un romanzo. Un
testo che dissacra e sbeffeggia Ferrara, la palude, il contenitore
creativo di queste singolari storie.
Allego anche una recensione:
Da Il Mattino di Ferrara - periodico indipendente d'informazione, ANNO 6
- numero 3/4 - 2008, p. 19
l libro d’esordio del 31enne Astolfi, ferrarese d’origine e tecnologo
audiovisivo a Roma, è un libro di quattro racconti che si legge come un
romanzo. Le ultime parole sante di Giuanin, Le dimensioni della
mediocrità, La figlia del direttore vs la teoria del cinghiale e Anni
90. Vecchi ultras, sono infatti racconti che, pur diversissimi fra loro
per genere e sound, vedono rincorrersi gli stessi personaggi,
incastrarsi le stesse situazioni rivelando <>, come pone bene in luce lo
stesso Lorenzo Mazzoni nella prefazione. L’autore sceneggia una Ferrara
color palude, la riplasma in forma di contenitore pronto ad assorbire
tutte le storie e andare a fondo, fermo immagine di città che, dietro le
vele del cambiamento globale e multietnico (<> constata uno dei
personaggi), continua a olezzare di muffa. Vale a dire un odore che può
piacere solo a chi ci è nato e cresciuto, in questi luoghi così malsani,
eppure così magnetici come l’assolo di sax di una ragazza arzigogolata e
bellissima. Nei luoghi tipicamente ferraresi che Enrico descrive con
maestria (appartamenti del Grattacielo dentro cui badanti moldave
ubriache non riescono a pronunciare la parola “cappellacci” e dicono “cappelaski”;
l’ex curva Ovest farcita di tifosi <>; il bar Fiorella coi suoi
marginali aedi delle quattro di mattina; i sampietrini di Via delle
Volte e il bar di Gegio in Piazza Verdi; il ristorante cinese di San
Giorgio) aleggia sì un’aria stantia di rassegnazione, ma una
rassegnazione che è, paradossalmente, passionale. Ogni anno infatti,
dopo la Grande Illusione & Mazzata Finale, noi ferraresi rinnoviamo come
l’abbonamento RAI la speranza che il prossimo anno sia finalmente quello
buono per uscire dal Pantano, un po’ come la Spal tutte le volte che
inizia un nuovo campionato di serie C. Perché la rassegnazione, nel
ferrarese nativo, è sempre, in un certo senso, vittoria.
I piccoli, epici, grotteschi fatti della zént di palude, siano essi
intimi o corali, pulsano di quella particolare forma di tenerezza mista
a malinconia, di odio impastato all’Amore che soltanto un “paludaro”
nato da queste terre d’acqua può tradurre in parole: e in forza del suo
background di studioso di cinema e aspirante sceneggiatore, in forza
della sua scrittura visiva e veloce a tratti levitata di surrealismo
(come nel secondo, riuscitissimo, racconto il cui protagonista è una
specie di Gregor Samsa made in Padania), Astolfi quella forma l’ha
espressa benissimo.
Fausto Bassini
informazioni sulla casaeditrce:
www.lacarmelinaedizioni.it
il booktrailer:
www.enricoastolfi.blogspot.com